Il Viaggiatore – 41° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Entro ai grandi magazzini, giro vari piani. Compro tre borse di microfibra nere e uno zainetto di rete. Tre paia di pantaloni di cotone pesante, camicie, pigiami insomma tutto il necessario, moltiplicato per tre.

Mi siedo su un divano nel reparto mobili e riempio le tre borse. Il piano terra è collegato alla Metropolitana e lascio una borsa in un armadietto del deposito bagagli.

Con la metro vado alla Gare Central e lascio un’altra borsa al deposito della stazione.

Prima di entrare in una zona di negozi di elettronica, con centinaia di telecamere e computer, chiedo conferma ad Arra se non sia un sovraccarico di lavoro, alterare la mia immagine su tanti dispositivi contemporaneamente.

Rassicurato anche sulla possibilità di utilizzo di un computer in rete wireless, come tutti i ragazzi che ho visto in giro, me ne compro uno anch’io. Un notepad con un sistema operativo grafico che imparo ad usare quasi istintivamente come fosse un Mac, finisce nel mio zainetto.

Prendo anche una piccola telecamera professionale, qualche gadget. Mi prendo anche un paio di block notes e qualche penna strana. Insomma passo qualche ora saltando da un negozio all’altro, l’offerta copiosa di cibo di strada sostituisce il pranzo.

Prendo una stanza in un albergo che più anonimo non si può, guardo solo che sia pulito. Lascio lì l’ultima borsa e torno fuori. Cammino lungo la rive droite fino a l’Ile Saint-Louis. E’ quasi uguale a quella che ricordo.

Entro in un portoncino che mi sembra essere una piccola agenzia immobiliare. Una signora gentilissima mi fa accomodare, mi offre un caffè, mi dice di mettermi a mio agio.

Una biondina molto carina ci porta due espressi e mi chiede se voglio aggiungere la panna. Mi sfiora la mano quando mi aggiunge una zolletta di zucchero. Ottimo il caffè con la panna.

La signora mi porge un catalogo illustrato di… belle ragazze, poco vestite in pose sexy! Non so cosa fare, sono come inebetito. Sono sempre stato fedele a mia moglie. Non ho mai frequentato una casa d’appuntamenti.

Scapperei, ma non mi sembra il caso. La signora, cioè la maitresse, è abilissima, sfrutta ogni mia esitazione per portarmi un passo avanti.

In men che non si dica mi ritrovo in una camera del primo piano con lo zainetto in mano, con una morettina di nome Madeleine, che mi accarezza. E mica mi fa schifo. La sua pelle profuma di fiori freschi e io sono evidentemente eccitato.

Mi leva di mano lo zainetto e mi spoglia lentamente, professionalmente.

Il vigore mi è tornato prepotente e non posso più fare marcia indietro. Mi spinge sul letto e mi sfiora, mi bacia mi tocca dappertutto, fino ad arrivare a massaggiarmi la prostata.

Sono sempre stato un po’ lungo e la ragazza in questione non fa nulla per velocizzare. Beh! E poiché l’uomo non è di legno, mi rilasso e apprezzo appieno il trattamento VIP.

Mi salutano con un au revoir. Niente pagamento elettronico qui, tre fiorini d’oro.

Mi sorprendo con un sorriso in volto. In effetti, mi sento proprio bene. Questa piacevole forma di calore nel basso ventre è una cosa che mi mancava da qualche tempo.

E’ arrivata l’ora di cena, continuo il giro dell’isola, ma non vedo né ristoranti, né agenzie immobiliari. Forse non è più così che si vendono gli immobili da queste parti.

Infatti, gli immobili in vendita o in affitto passano obbligatoriamente per la Borsa Centrale Immobiliare che regola fiscalmente tutte le transazioni riguardanti case e terreni. –

– Questo vuol dire che non riusciremo a comprare una casa in modo assolutamente anonimo? –

Posso usare il sistema di sempre, è talmente intricato che nessuno su questa terra potrà ritrovarne le tracce. Neanche gli altri Viaggiatori ne avrebbero il potere.

Allora mi piacerebbe una casa qui sull’Ile Saint-Louis, in particolare mi piacerebbe quella piccolina all’inizio dell’Isola, sulla riva.

continua…

Il Viaggiatore – 40° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

13° giorno sabato 28 set

Senza nessuno che mi svegli apro gli occhi che sono quasi le dieci. L’orario di colazione è passato. Esco in una mattinata di pallido sole e m’infilo nel primo posto che odora di caffè.

Cafè Noir è un franchising con il personale in divisa, ma il cafè au lait è decente e le due pastarelle, che si chiamano amandines, sono ottime. E via, sono diretto alla biblioteca sempre aperta e ci passo il resto della mattinata.

Mentre confronto le cronologie storiche dei potentati del mondo, imparo a conversare con Arra senza neanche muovere le labbra.

Comincio a tracciare le varie possibilità, il secondo dispositivo il Due, come l’ho battezzato è comparso nel 1448. Il primo, anzi la prima, sospetta è Lucrezia Tornabuoni, in quell’anno dà alla luce Nannina e l’anno dopo sarà l’ora di Lorenzo il Magnifico.

La sua intelligenza e la sua scaltrezza potrebbero essere state aiutate da Due. La sua influenza aumenta considerevolmente, fa sposare a suo figlio un’Orsini. Ottiene la porpora Cardinalizia per suo nipote che diventerà poi papa Leone X.

Crea movimenti culturali, influenza notevolmente il suo secolo. Alla morte potrebbe aver lasciato Due a Lorenzo che finanzierà lui il viaggio di Colombo nelle Indie.

La famiglia de Medici è tuttora una delle famiglie più potenti. Oppure, in Portogallo nello stesso anno Beatrice d’Aviz, già sposa di Ferdinando del Portogallo e sarebbe diventata madre di Manuel I il Fortunato. Il finanziatore di Vasco de Gama, Bartolomeo Diaz, Pedro Alvarez Cabral ecc.

La famiglia d’Aviz possiede tuttora, metà delle miniere d’oro del mondo. Sempre nello stesso anno Vasilij II Vasilevič Tëmnyj, padre di Ivan III il Grande, dopo il concilio di Firenze, decide di separare la chiesa Ortodossa da quella Cattolica.

Federico d’Asburgo stipula il concordato di Vienna con la Santa Sede e diverrà quattro anni dopo Federico III del Sacro Romano Impero. Le finanze Asburgiche fino allora scarse cominciano a crescere in modo miracoloso.

Sempre nel quarantotto Frederik II Hohenzollern reprime la rivolta dei berlinesi consolidando il potere della sua casata che si evolve fino ai giorni nostri.

In quegli anni in India sembra non succeda nulla di rilevante. A Ceylon però Parâkramabâhu VI comincia a unificare il regno e due anni dopo conquista anche Jaffna. Il suo successore scaccerà poi i Portoghesi che arriveranno nel 1505.

Anche nel Brunei Sultan Bolkiah allarga il suo regno da Singapore alla Filippine e la stessa famiglia regna ancora adesso sullo stato ricchissimo di petrolio.

Uffa si sta facendo complicato. Sto tracciando i contorni della mia strategia, non voglio stare qui a fare da esca per capire chi mi vuole danneggiare. Ora dovrei diventare veramente invisibile. I dispositivi di security sono a posto. Le transazioni economiche sono coperte. Cambierò comunque albergo tutti i giorni per ora.

Vediamo in Inghilterra… dunque Margaret Beauchamp of Bletso la bisnonna di Enrico VIII, vita lunga per l’epoca, settantasette anni, tre matrimoni, porta i Tudor alla vittoria intessendo la guerra delle rose. Potenziale alto.

Arra non mi suggerisce nulla, lo so che non può, devo trovare io il metodo. In Francia in quel periodo potrei prendere in considerazione Luigi XI il Prudente e suo figlio Carlo VIII del casato Valois, che qui non muore per uno stupido incidente nel 1498.

Il cervello mi va in pappa se non mangio qualcosa. Esco e compro un sacchetto di castagne arrosto all’angolo della strada. E’ uno sfizio non un pranzo, ma non ho voglia di sedermi e cammino verso un’area dove vedo esserci più gente.

continua …

Il Viaggiatore – 39° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Arturo conosce un ristorante proprio vicino alla Bastille, andiamo a piedi, ora mi piace di nuovo camminare e poi sarà un quarto d’ora.

Ormai è buio e le luci delle vetrine illuminano la strada. Nell’aria un profumo di caldarroste che non avevo mai associato a Parigi, è uno dei pochi business ambulanti rimasti, mi spiega Arturo, sono tutti originari della Corsica.

Il ristorante è sontuoso più o meno nello stesso posto dove mi ricordavo ci fosse la Brasserie Bofinger. Lo stile non è più liberty però, speriamo che le ostriche siano ancora una specialità del locale.

Il menù è a figurine come quelli giapponesi e mi rincuoro vedendo quanta scelta di frutti di mare offra.

Non c’è nulla tipo assiette royale con una scelta di tutto, così ordino un piatto di ogni tipologia di ostriche e altre conchiglie offerte, compresi i ricci e un altro paio di specialità che non conoscevo.

Faccio sfoggio delle mie reminiscenze di lingua francese e ordino Champagne, a volontà, anche qui i monaci benedettini avevano fatto il loro dovere.

Sono anche affamato, l’ultima cosa che ho mangiato era un melograno, che ho sbocconcellato mentre aspettavo che mi venissero a prendere a Tbilisi.

Il pane e il burro finiscono dopo il secondo brindisi, ma ne chiediamo ancora. Qui le Belon non sono quasi estinte e sono così irresistibili che ne ordiniamo altre due dozzine.

Chissà perché il sistema duodecimale continua a resistere attraverso lo spazio e il tempo. Camminando ho elaborato una strategia che mi porterà a cambiare atteggiamento. Sono stufo di essere portato in giro in truppa ad aspettare che gli eventuali nemici tentino di farmi fuori od altro.

Prima devo sparire, studiare meglio la situazione e poi andare all’attacco. E’ ora che mi sbrighi da solo, con Arra insomma. Il volo e l’aggressione sventata facilmente con il suo aiuto a Tsnori mi ha dato la sicurezza che mi mancava.

Lo comunico agli amici all’arrivo del soufflé a l’orange. Sembrano dispiaciuti della mia determinazione, ma ho deciso. Rimarrò in contatto solo con Jorgo, lo chiamerò ogni tanto per avere notizie. Li abbraccio tutti ed esco infilando la strada nella direzione che da noi portava in Rue de Rivoli.

Mi fermo al secondo albergo della via, un internazionale moderno e asettico. Per pagare presento il mio com di platino, ma la transazione è camuffata istantaneamente da Arra.

Per quanto riguarda le telecamere dell’ingresso e tutte quelle altre nel cui campo di ripresa dovessi passare, il mio voltò verrà sostituto in tempo reale con uno anonimo.

Comunque sto perdendo peso, non ho ancora trovato una bilancia, ma la cintura non mente. Se va avanti così in quindici giorni divento pure magro.

Mi sono alzato presto stamattina, Arra è di sentinella posso andarmene a dormire.

continua…

Il Viaggiatore – 38° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Arriviamo al secondo aeroporto, dall’altra parte della città. I viaggiatori si fermano per vedere chi scende dalla limousine.

L’autista corre ad aprirmi la porta e scendo, in pantaloni neri stazzonati, giaccone proletario verdone, scarpe infangate e cappellaccio da spaventapasseri.

Qualche bocca spalancata, occhi sgranati, mi sento fuoriposto, sorrido, faccio ciao con la mano. Scortati da una guardia, che ci attende zelante, passiamo velocemente attraverso le formalità aeroportuali.

Riguadagno il mio posto sul nostro veicolo. Anche Arturo mi abbraccia, e s’informa sul mio stato di salute. Mi consulto con lui sui fatti accaduti.

– Possiamo ormai escludere che il Papato sia stato il mandante dell’ultimo attacco o questo potrebbe essere un nuovo tentativo del Pontefice di concludere la trattativa in un modo vantaggioso? –

– Sei veramente diabolico Marco, forse anche paranoico, ma in fondo potresti anche avere ragione. Non escludiamo nessuna possibilità e teniamo gli occhi aperti. –

Metto vestiti puliti e pesanti, non fa caldo inutilmente nei veicoli militari. Decolliamo fra poco e io ho un piano per questo volo, ma non dico nulla, perché cinque o seimila chilometri sono ancora un sacco di strada.

Mi siedo io davanti nel posto del secondo e appena decollati, parlo a circuito chiuso solo col comandante. Quello che voglio è cambiare la rotta, lo so che si consuma più carburante a non andare diritti per l’ortodromica, ma una volta individuata la nostra direzione, poi siamo prevedibili.

Quindi rotta sud, sud-ovest per dieci minuti voliamo bassi. Chiedo intanto ad Arturo se ci sono altri posti dove possiamo andare invece che a Navarra.

Perplesso mi snocciola una serie di possibili rifugi. Uno mi colpisce la fantasia, le Temple in pieno centro di Parigi.

– Andiamo a Parigi. –

Dico al pilota e lui mi risponde che è un’area con molto traffico ed è difficile essere preso in carico dal traffico aereo civile, con un bombardiere stealth.

Faccia come vuole, ma avvisi la torre di controllo solo all’ultimo momento possibile e gli chiedo pure di evitare di sorvolare il mare per tratti più lunghi di due minuti.

Mi guarda ancora più perplesso, borbotta qualcosa, ma non chiedo ad Arra di dirmi cosa pensa. Sono più tranquillo ora e qui, senza sobbalzi mi appisolo. Atterriamo in un piccolo aero club vicino alla città.

La torre di controllo sarà alta sì e no cinque metri. Prendiamo due taxi e andiamo in centro.

Arturo chiama il custode per far preparare le camere per fratelli e pellegrini. Nessuno sa che siamo qui. Chiedo a Jorgo qualche notizia storica francese. Se per caso una de Medici si fosse imparentata con i Valois o i Borboni. Si gli sembra che qualcosa del genere sia accaduta nel millecinquecento, ma non ricorda esattamente.

Non è che m’interessi particolarmente la storia francese di questa dimensione, era una curiosità di tipo gourmand, giusto per capire le influenze della cucina italiana su quella locale.

Con mia sorpresa non vedo la tour Eiffel. Qui la Bastille non è mai caduta e la celebrano ancora come la lussuosa prigione, residenza dal Cardinale Richelieu.

continua…

Il Viaggiatore – 37° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

12° giorno venerdì 27 set

Colazione con delle sfogliate calde ripiene di noci che si chiamano keta. Da bere solo the nero. Chissà se lo digerisco.

Per fortuna ha smesso di nevischiare, l’aria è pulita con un sentore di fumo di legna. La corriera è puntuale, piena di gente con pacchi e fagotti. Dietro a me una contadina ha una stia stipata di polli vivi sulle ginocchia, ovviamente puzzolenti.

Il biglietto mi costa cinque monetine di alluminio. La strada è asfaltata, stretta e piena di buche. Il conducente va come un pazzo e strombazza a più non posso. Guida a scatti e non riesco a rilassarmi.

Nei primi cinque minuti abbiamo già rischiato tre incidenti mortali. Un ciclista per evitare di essere maciullato è finito in un campo. Poi ci fermiamo di continuo, è un omnibus a richiesta.

La porta davanti è aperta e chi vuol scendere si piazza lì in piedi, di fianco al pilota da corsa. Quando un pedone lungo la strada vuole salire, agita il fazzoletto e si procura una fermata nuova.

Altro che quattro ore… ogni poco sale un venditore con una cesta di mercanzia edibile. Mandarini, Melograni, frittelle di pane che chiamano tukalik. Tutto per un soldo.

E’ incredibile come i venditori riescano a intrufolarsi nel pienissimo torpedone, sgusciando tra la gente con il cestone sulla testa. Neanche il procedere a singhiozzo li scompone.

Quando hanno finito il giro scendono per prendere il bus successivo, suppongo.

Comunque non ho resistito ho preso i… tukalik, erano ancora caldi… fritti nell’olio di sesamo, penso… ricoperti di zucchero semolato scuro. Cibo di strada, il mio preferito.

I miei vestiti proletari mi mascherano abbastanza, non per la bambinetta del sedile davanti che continua a guardarmi. Per lei il trucco non è bastato, i bambini, prima che la scuola li rovini, 😛 sono creature estremamente intelligenti e sensibili.

Se non fosse per i continui scossoni sarebbe anche un viaggio divertente. Dopo ore di villaggi e cittadine il traffico aumenta vertiginosamente. Le case sono più alte, più grigie.

Ho chiesto al conducente stamattina se passiamo vicino all’aeroporto prima del capolinea. Mi ha assicurato che mi avvisa lui.

Arra una volta tanto non mi può aiutare. Non esistono mappe integrate nella Repubblica Socialista Armena e un aeroporto è una struttura considerata segreto militare.

Non esistono mappe elettroniche, potrebbe leggerlo nella mente dei locali, ma ci vorrebbe un sacco di tempo per trovare chi sappia dove sia. Il mio orologio segna l’una e finalmente il conducente che ci ha miracolosamente portato fino a qui, mi avverte:

– Gospodin… Aeriporto. –

Si ferma e scendo. Neanche il tempo di dire graz… ed è già sparito in una nuvola di fumo cancerogeno.

C’è un bivio sì, con delle scritte nei loro caratteri puntuti e incomprensibili. Per fortuna vedo anche l’icona di un aeroplanino e m’incammino in quella direzione.

Sono in una periferia eufemisticamente sporchina. Qui mezzi non ce n’è, procedo spedito traendo beneficio dalla rinnovata scioltezza delle mie gambe, private dal dolore alle ginocchia.

Solo qualche giorno fa la mia camminata era lenta e circospetta, ora sento anche i muscoli della schiena che si rilassano. Dopo qualche chilometro tra sfascia-carrozze, depositi di materiali edili e campi di sterpaglie arrivo alla rete che circonda l’aeroporto.

E’ un lungo giro. Chiamo Jorgo per sapere dove siano. Sono a Tbilisi da stamattina presto, in uno dei tre aeroporti, naturalmente non quello dove sono avventurosamente arrivato.

No problem, vengono a prendermi con una macchina. Passa una mezz’ora durante la quale tre aerei mi assordano, sembra quasi che si abbattano su di me, ma loro non mi vedono neppure.

Arriva una limousine nera con autista. L’unico veicolo che c’era a noleggio, mi spiega Jorgo mentre mi abbraccia fino a farmi scricchiolare le ossa.

– Per un momento abbiamo creduto che fossi morto. Quando siamo atterrati i nostri rapitori hanno frugato dappertutto per ore, cercando doppi fondi o nascondigli segreti. Poi solo dopo una doppia ricerca, hanno concluso che quello che cercavano non c’era. –

continua…

Il Viaggiatore – 36° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

In coda all’unica cassa, mi faccio scrutare dalle massaie venute a fare la spesa. Anch’io scruto i loro acquisti. Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei, dicevo una volta. Qui tutte hanno comprato le salcicce di sugna.

Arrivo con la mia unica scatoletta di beluga che costa quattro dinar. Vicino alla cassa trovo anche uno spazzolino a righe bianche e rosse e un rasoietto monolama di plastica rosa.

Mi guardano come fossi un extraterrestre. Poco male lo sono.

E’presto per andare a cena in locanda, ma non mi arrischio ancora ad entrare nell’osteria, una specie di antro buio davanti al quale sostavano prima i miei assalitori.

C’è un negozio di libri, è il primo che vedo sul pianeta da quando sono arrivato. Dove c’è un libro c’è civiltà ed entro. Non ci sono clienti, scorro rapidamente le sezioni di pubblicazioni nei fioriti caratteri locali.

Ne apro uno a caso, carta riciclata giallastra, poche illustrazioni in bianco e nero, qualche disegno. Ho un libro di chimica organica in russo, come questo, a casa, un milione di anni luce da qui. Non l’ho mai buttato perché i libri si tengono e poi le formule chimiche sono universali.

In fondo al negozio c’è qualche libro più colorato per bambini. Una guida locale in italiano sommario, descrive reperti dell’età del bronzo trovati in zona, conservati nel museo comunale.

Ci sarebbe anche un monastero dell’anno mille a un paio di chilometri da qui. Di monasteri in questa storia ce ne stanno già troppi. Che mi credevo di trovare, sto solo passando il tempo.

E’ buio fuori quando esco e la piazza è poco illuminata. Meglio che me ne vada in locanda. Non voglio istigare maggiormente i coraggiosi locali a tentare di derubarmi.

Continua a nevicare e ormai ce ne sarà almeno venti centimetri. Arrivo al mio ricovero e sono accolto da un caldo odore di cipolla e pomodoro. Sembra quasi di essere arrivati a S. Marzano verso l’ora di pranzo, la cena è fra mezz’ora.

La doccia è in corridoio, l’acqua poca ma almeno è calda e mi rilassa come sempre. Anche la mano non mi fa più molto male.

Scendo e mi siedo ad una tavolata lunga con quattro avventori già accomodati. Bevono vino rosso, in Armenia facevano il vino prima dei Greci.

Mi siedo e una fantesca ombrosa mi porta un bicchiere di vetraccio che peserà mezzo chilo, la bottiglia è in comune. Assaggio il vino è forte e aspro, ma non è malaccio.

La donna porta un piatto alla volta tenendolo con due mani, una specie di sbobba, sembra a base di riso e pomodoro. Arriva anche il mio turno e lei rivolta a me profferisce:

– Eetch –

Al mio sguardo interrogativo ripete:

– Eetch –

é il nome del piatto e la base non è riso è grano

Mi suggerisce Arra. Il profumo è gradevole, ma lo assaggio con circospezione…

Buo-nis-si-mo, il pomodoro è dolce, sento il pepe, il cipollotto, il prezzemolo e il limone, tanto limone, che dà al grano spezzato una dimensione di acidità inattesa.

Altro che sbobba, è un piatto povero, ma così buono che mi fa vergognare della scatoletta di beluga che ho in tasca.

L’allegra fantesca mette in mezzo al tavolo un cestino pieno di Lavash, sono delle spianate di pane croccante letteralmente ricoperte di spezie di vari colori.

Non appena ho finito il piattone di Eetch, si come uno starnuto, sequestro il cestino e scelgo ben tre pezzi. I compagni di tavola mi guardano tra il divertito e l’incredulo.

Ne ho uno con il pepe, uno col sesamo nero e l’altro con un’erba che sembra origano. Li sgranocchio lentamente uno dopo l’altro. Quando ho finito con un altro bicchiere di vino sono pronto per andare a dormire.

La corriera parte alle sei, chiedo la sveglia per le cinque. Posso dormire tranquillo perché Arra non dorme mai e poi ho anche messo la mia unica sedia, inclinata sotto la maniglia della porta. 😉

continua…

Il Viaggiatore – 35° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

– Bel cappello straniero, cosa stai cercando qui? –

– Sto cercando una macchina per andare a Tbilisi. –

– Ah, qui di macchine non ce ne sono… –

E fa un giro largo intorno a me, scrutandomi con aria canzonatoria.

– Posso pagare il disturbo con dieci dinar. –

– Ah, tu puoi pagare il disturbo… –

Fa cenno ad un compagno di avvicinarsi e lo informa.

– Lo straniero vorrebbe tanto una macchina per andare a Tbilisi e vorrebbe pure pagare il disturbo. –

– Eh sì, è proprio un disturbo andare a quest’ora a Tbilisi, perché non vuoi stare qui con noi, forse non ti piace Tsnori? –

E fa cenno ad un altro di avvicinarsi. Non mi piace proprio come si sta sviluppando la situazione. Sono cinque in tutto, ormai intorno a me come in un girotondo. Sono assolutamente sicuri della mia inferiorità, quella umana. Ma loro non sanno.

– Ragazzi non voglio grane (chissà come tradurrà queste parole Arra) se volete guadagnare dei soldini bene, altrimenti andate a casa. –

– A casa? Noi siamo a casa, casa nostra straniero e se hai tanti soldini da buttare perché non ce li dai adesso? –

E si avvicinano ancora. –

– Arra accecali tutti. –

Approfitto subito del loro handicap e li colpisco velocemente con manrovesci, calci e gomitate. Al mio primo interlocutore riservo una bella ginocchiata nelle palle, che doppio con la mano di taglio sul coppino, come nei film.

Aiah! Non sapevo che facesse così male picchiare qualcuno! Lascio che Arra ripristini loro la vista, mentre i malcapitati strisciano via, sorpresi e rantolanti. Solo il primo è rimasto rannicchiato a terra col fiato mozzato.

– Allora ragazzo dove eravamo rimasti, t’interessano ancora i soldini? –

Rantola.

– No… noo… non ci sono macchine. –

Mi verrebbe da dargli un altro calcio in soprannumero, ma non è bello infierire.

Entro nel Municipio per chiedere se sia possibile noleggiare qualche macchina. Mi spiegano che nessuno mi porterà oggi. Hanno fatto le elezioni ieri e per due giorni, durante lo spoglio, c’è il coprifuoco dal tramonto all’alba.

C’è una locanda dietro alla piazza, mi assegnano un ragazzo che mi può accompagnare. I passanti mi additano, la mia fama di invincibile riccone è già in circolo.

Il letto è bitorzoluto, ma la locanda profuma di pulito, con un vago sentore di lavanda secca. Stendo i miei pantaloni neri su misura, sullo schienale dell’unica sedia della camera.

Non ho nulla da fare e dopo essermi rinfrescato in una bacinella d’acqua gelata, torno in piazza.

Entro da una porticina nell’unico bazar di alimentari. Mille anni fa il loro studio era il mio mestiere. Chissà perché in quelli piccoli prevale sempre l’odore acre dei detersivi.

L’assortimento dei cibi è da paese socialista. Scatole di barbabietole, barattoli di cetrioli in tutte le forme e dimensioni. Patate grigie ammucchiate in una catasta contro il muro.

Tre tipi di formaggio tipo feta, in bacinelle di plastica dal colore indefinibile. Quel colore che si ottiene nel bicchier d’acqua per pulire il pennello, quando si usano gli acquarelli.

L’unico articolo che abbonda di scelta sono le salcicce, i salami di macinato. Però non sono insaccati nel budello naturale, bensì in improbabili tubi di plastica dal rosso scuro al giallo paglierino in tutte le gradazioni e i formati possibili.

Grasso, Grassissimo, ancora più Grasso e Grasso Puro Extra. 😛

I biscotti sono polverosi, gessosi colorati in rosa e verdolino. Hanno l’aria di appiccicarsi al palato appena messi in bocca. Le etichette sono terribilmente fuori moda.

In fondo a un cunicolo trovo però una vetrinetta con il caviale del Caspio. Me ne prendo una scatoletta da un quarto di libbra per stasera, quello a grani più grossi. Cerco uno spazzolino da denti e anche un rasoio usa e getta.

Il negozio è labirintico, una specie di consorzio agrario, c’è anche un reparto con le macchine agricole e la ferramenta. Ci sono anche gli abiti da lavoro, la scelta è uguale a quella del negozio di prima.

continua …

Il Viaggiatore – 34° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Non ho soldi con me e racconto che sono stato derubato, ma posso trasferire del denaro sul suo conto o se c’è qualche tipo di banca per poterlo ripagare. Qui in campagna usano solo le monete mi dice.

Niente monete niente viaggio.

Beh! Ho ancora l’orologio, è un Porsche Design di acciaio, ci sono affezionato è un regalo di mia moglie. Glielo do in pegno, sperando di trovare una cash machine in paese. Si calma un po’ e andiamo a tavola.

Preghiera cristiana prima di mangiare, tenendosi per mano, io sono tra due bambini. C’è uno stufato con poca carne e tanti tuberi e rape, ma è caldo e gustoso, biscottoni di pane nero e latte di capra. Il fuoco scoppietta, la mia camicia è quasi asciutta.

Mi rivesto saluto i bambini e sono pronto per il viaggio.

Il triciclo a combustione va poco più veloce che a passo d’uomo e ci mettiamo mezz’ora per arrivare in un paesotto abbastanza grande. La pioggerella mista a neve ci sorprende senza riparo, seduti su un asse di legno a cavallo del carretto.

Mi calo il cappuccio e spero nell’impermeabilità della mia giacca ormai disastrata. Il mezzo di trasporto principale qui è proprio il triciclo. Sulla piazza centrale ci sono anche una ventina di auto di cui solo due elettriche e anche una banca per fortuna.

Non voglio perdere il mio orologio. Entro accompagnato dal mio ospite e chiedo un accredito tramite Arra. L’impiegato dietro lo sportello vuole vedere il mio com, gli passo quello di platino per pochi secondi. Nonostante la transazione sia elettronica come in tutte le banche del mondo, l’impiegato scrive un sacco di cartacce e pure un registro.

Alla fine mi passa un sacchetto di dinar d’oro che ha contato e ricontato tre volte. Dopo una breve trattativa, con un paio di pezzi riscatto il mio cimelio e il mio burbante accompagnatore mi lascia.

Arra mi avvisa che il nostro velivolo a Tabriz è pronto per ripartire, mancano solo i documenti di volo, ma sono solo un altro espediente per dare fastidio. La guardia doganale, vera o falsa che fosse, se n’è andata con le pive nel sacco e l’autorità locale, minacciata da un potenziale incidente diplomatico, non ha nessun motivo per trattenerli.

Possono venire a prendermi a Tbilisi che ha un aeroporto internazionale. Io sono a circa centoquaranta chilometri di distanza e devo trovare un mezzo di locomozione.

Chiedo informazioni, ma ricevo risposte imprecise, si c’è una corriera, ma non sanno se parte anche di pomeriggio, devo chiedere al municipio dall’altra parte della piazza.

Esco dalla banca e ora nevica, ho i pantaloni bagnati e le gambe sono gelate. C’è un negozio con vecchi manichini demodé un po’ scrostati esposti in vetrina. Entro per cercare indumenti asciutti e mi colpisce un odore conosciuto.

L’inconfondibile, intercontinentale, interdimensionale miscuglio di muffa, sudore e cose vecchie che genera il puzzo di caserma. Una donna anziana mi guarda con curiosità e mormora quello che sembra un saluto. Mi avvicino a un rack di pantaloni da lavoro color kaki e a gesti chiedo la mia taglia.

A volte mi dimentico delle possibilità comunicative di Arra o forse inconsciamente provo ad arrangiarmi da solo. Cerco anche un giaccone nuovo. I modelli sono orribili, i colori peggio, lo so in fondo sono uno snob, ma mi devo accontentare.

Mi cambio in fondo al negozio seduto su una vecchia latta di vernice capovolta. Compro anche una borsa dove infilo i pantaloni bagnati e un cappellaccio verdone quasi uguale alla giacca.

Pago con una moneta d’oro e ne ricevo una manciata in alluminio di resto. Gli autobus per Tbilisi partono solo il mattino presto, qui dalla piazza principale e ci vogliono quattro ore. Non ci sono auto pubbliche o taxi. Che ci faccio qui fino a domani?

Esco per vedere se ci sia qualcosa di interessante e girello per la piazza cercando di immaginare il modo di procurarmi una vettura. Mi piazzo vicino alle macchine e mi accorgo che un gruppo di uomini, davanti al municipio, non mi perde d’occhio un attimo.

La cosa non mi riempie di gioia. Uno di loro si stacca dal gruppo e viene verso me.

 continua…

Il Viaggiatore – 33° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Vedo sfrecciare i velivoli con la coda dell’occhio e sono già spariti. Attendo qualche secondo e cominciamo la caduta libera.

Fa freddissimo, ma a quello avevo già pensato, mi stringo le braccia intorno al corpo perché non avevo fatto mente locale alla velocità che continua ad aumentare.

Trattenere il fiato per trentadue secondi sarebbe il meno, ma non riesco neanche a contare. Una falda della giacca sbatte talmente che si sta quasi staccando.

Rallenta! Penso e la velocità si stabilizza. Arra mi avvisa che, avendo rallentato, ci vorranno trenta secondi in più, prima di arrivare ad una concentrazione di ossigeno sufficiente. Come se potessi scegliere.

Ad un tratto non ce la faccio più e i polmoni cercano di respirare, qualcosa entra ma non basta, mi sento soffocare, mi gira la testa, probabilmente quasi svengo.

Circa a duemila metri mi accorgo di esserci ancora. Arra sta amministrando la discesa, sotto di me vedo piccoli appezzamenti di terreno, campi coltivati coperti di neve.

Giungo a terra in un boschetto di alberi in fianco a un fiume quasi in secca. Dall’altra parte ci sono i campi. Sono esattamente a mezza strada tra due villaggi distanti una ventina di chilometri tra loro, mi segnala Arra.

Attraverso il fiume saltellando sui sassi, l’allenamento mi ha fatto bene. Trovo una stradina più fangosa che innevata. I miei polacchini scamosciati sguattano nella fanghiglia e mi dirigo a caso verso sud, a Tsnori, non so neanche come si pronuncia.

Arranco per un’ora nel fango e comincio a sudare come un vitello, nel Parka imbottito di piuma. Non posso togliermelo, siamo sotto lo zero. Chissà che fine hanno fatto i miei compagni di viaggio chiedo ad Arra.

Sono atterrati a Tabriz, hanno fatto scendere il pilota e stanno subendo la visita di una specie di guardia doganale che evidentemente cercava me. Mi terrà informato degli sviluppi, se voglio. Certo che voglio.

Dopo un’altra ora vedo una casa con del fumo che esce dal camino. Mi avvicino e un ragazzino che giocava nel cortile appena mi vede, scappa in casa. Certo non devo avere un bell’aspetto, accaldato, sbrindellato, infangato. Esce tutta la famiglia e io alzo un braccio in segno di saluto. Ora che dico?

– Buongiorno! Good morning! –

– Nulla certamente, Arra traduci tu per me. –

– Posso chiedere da bere? –

L’uomo sorride e m’invita ad entrare.

– La mia casa è la tua casa. –

Mi trasmette Arra e quasi non mi accorgo della traduzione istantanea. Mi fa accomodare in una cucina disadorna ma pulita e calda. Mi tolgo la giacca a vento per far asciugare gli indumenti sottostanti. La donna versa una tazza di latte di capra fresco e mi passa anche una minuscola pagnottella di pane scuro che accetto con una riverenza del capo.

Chiedo se c’è qualche mezzo per andare al villaggio. Ha una specie di trattore a tre ruote che tira un carretto quando va al mercato. Ora lo sta usando il fratello e dovrebbe tornare per pranzo.

La donna alla vista dei miei indumenti inzuppati m’invita a toglierli per farli asciugare. Gentili questi Armeni! Accetto di buon grado e lei mi passa una maglia di lana grezza per coprirmi. Sono anni che non metto la lana direttamente sulla pelle e pizzica!

I bambini mi girano intorno curiosi e mi toccano le braccia e si ritraggono ridendo. Vorrei far loro un regalo, ma non ho niente, posso solo farli ridere, faccio smorfie quando i grandi non mi guardano e loro sembrano gradire.

Mi portano a vedere i loro tesori tra cui un furetto che s’immobilizza per scrutarmi. Finalmente arriva il fratello, più vecchio di certo, un omaccione burbero e diffidente, che saluta appena. Pensa che io sia un esattore o una spia.

Quanto sono disposto a pagare per andare in città mi chiede. Non saranno più di cinque o sei chilometri, ma a piedi nel fango non mi sono divertito e le scarpe ci impiegano un sacco ad asciugare.

continua…

Il Viaggiatore – 32° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

11° giorno giovedì 26 set

Una delle sorelle mi sveglia alle sette, Jorgo è impegnato in sala comunicazioni. Penseranno loro al mio allenamento dopo colazione.

Pensavo che le ragazze fossero più dolci come personal trainer e mi sbagliavo di grosso, ma il mio corpo fa progressi e ormai non sento più dolore alla spalla.

Una piccola folla ci segue fuori dal monastero mentre ci avviamo al nostro velivolo, tutti i monaci bambini vogliono tenermi per mano. Visto da lontano deve essere buffo, un bozzolo nero imbottito di piumino, con due propaggini mobili arancione che formicolano.

Li saluto ancora dalla scaletta e mi fanno tenerezza. Una forte turbolenza ci sballotta mentre buchiamo le nuvole spesse sopra le montagne. Procederemo a velocità di trasferimento, poco sotto a mach 1 la velocità del suono, alla quota di sedicimila metri. L’arrivo è previsto per le ore dodici e trenta a Navarra. La temperatura al suolo prevista è di cinque gradi.

Quasi caldo mi viene da pensare. Il capitano dà gli annunci come fosse un aereo di linea e non un veicolo militare. Non ci sono paratie inutili, sono seduto in seconda fila su di un traliccio, credo di titanio e microfibra.

Ascolto gli annunci in cuffia perché il rumore è assordante. Vedo i piloti, immersi nei loro strumenti, pochi metri davanti a me. Leggo svogliatamente una vecchia rivista di ingegneria areonautica senza capirci nulla, così tanto per sfogliare le pagine per un’oretta.

Di lì a un tratto sento la tensione salire. I piloti si muovono concitatamente e chiedo ad Arturo, seduto davanti, cosa succede. Devo urlare per farmi sentire e lui scuotendo la testa mi indica uno switch per attivare il microfono personale.

Parliamo, ma non sa nulla pure lui. Si sporge in avanti per farsi notare dal copilota e quello fa cenno con la mano di aspettare.

Io interrogo il mio sistema privato e Arra mi avvisa che due caccia ci stanno intimando di atterrare. Ma non era un bombardiere invisibile?

– Invisibile ai radar non vuol dire che lo sia anche a vista e se qualcuno conoscesse esattamente la nostra rotta, sarebbe facile piazzare un paio di sentinelle sul percorso.

– Come diavolo possono conoscere la nostra rotta? –

Due sono le possibilità o qualcuno dei tuoi compagni l’ha comunicato, oppure un altro Viaggiatore ha usato quello che tu chiami lettura della mente.

– Sono il comandante, due aerei da combattimento ci hanno intimato di scendere e di quota e di seguirli a vista. Potremmo ingaggiare un combattimento, abbiamo otto missili aria-aria, ma siamo meno mobili di loro e non credo che siano soli. Attendo ordini. –

Arturo si gira verso di me con aria interrogativa. Qui non siamo al cinema e non ho la minima idea su cosa fare.

Meglio lasciar prevalere il buonsenso di mia nonna Iside “quando arriva il lupo scappa”.

– Scendiamo di quota come dicono, dove siamo? –

– Siamo nella parte nord del Mar Caspio, al confine tra l’impero Russo e l’Armenia socialista. – Sull’acqua, La solita fortuna.

– Quanto manca per la terraferma? –

– Qualche minuto. –

– Tergiversiamo fino a quando superiamo le acque, a che quota siamo ora? A che velocità possiamo arrivare? –

– Siamo scesi a dodicimila, in picchiata possiamo arrivare a mach due, poi però dobbiamo nasconderci in una nuvola o dare battaglia –

– Scendiamo lentamente fino a ottomila e vediamo cosa fanno. –

– Sono nervosetti, ma li tengo a bada. Sono anche risoluti, ma sanno che siamo ben armati anche noi e pure loro rischiano la pelle. –

– Ahi, ahi! Mi stanno intimando di restare a quota diecimila, ho risposto che avevo capito di scendere più in basso… due minuti… e risalgo piano… –

Intanto mi sono messo il piumino e i guanti di pelo. Arturo e Jorgo mi guardano perplessi. Comunico loro che me ne andrò dall’aereo e che conviene loro di seguire i caccia senza problemi. E’ me (anzi Arra) che vogliono, quando si accorgeranno che io non ci sono su quest’aereo le cose andranno meglio per tutti.

– Un minuto. –

– Ci stanno comunicando la nuova rotta per una pista a nord di Tabriz in Persia, ci siamo quasi… ecco la terraferma… ora inizierò una curva molto larga.

– Abbraccio i miei compagni sbalorditi, prendo un respiro profondo e vado in stasi.-

continua…