Il Viaggiatore – 7° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

3° giorno mercoledì 18 set

Una chiamata vocale del direttore dell’albergo mi sveglia intorno alle nove, porge le sue scuse in nome della proprietà e s’informa delle mie condizioni. Come sto, addormentato, frastornato, un bozzo sulla testa, farò una delle mie lunghe docce calde e vedremo.

Sto meglio, salgo all’ultimo piano, tutto chiuso. Scendo all’ammezzato dove servono la colazione. M’informano che il ristorante è aperto solo di sera, dalle venti in poi. Mi conviene tornare nel mio albergo. E’ solo a tre isolati di distanza, un quarto d’ora e rientro.

Apro la porta della mia camera e …hanno distrutto tutto, una cameriera dietro a me urla di stupore. Sembra nevicato, hanno sventrato divani e materassi, anche i vestiti, che ho comprato ieri, sono a pezzi. Hanno tagliato sistematicamente a strisce la tappezzeria, le tende, ogni posto dove potrebbe essere stato nascosto il mio prezioso gioiello.

Chissà se hanno fatto questo sconquasso prima o dopo avermi tramortito al ristorante. Arriva la Polizia chiamata dal direttore, mi chiedono cosa faccio a Milano, dove ero questa notte invece che in camera, se mi hanno rubato qualcosa.

Sono sospettosi, cercano tracce, parlano di lavoro da professionisti. Hanno subito controllato il mio dossier, è il loro mestiere. Allentano un po’ la presa quando comincio a giocherellare con il com di platino che ho soprapensiero estratto da una tasca.

La mia storia per ora regge, sono un ricco pensionato, venuto nella metropoli a spendere i miei soldi. Se ne vanno, io ricupero a stento qualche paio di calze e la biancheria, ma poi butto via tutto. Il fatto stesso che qualcuno le abbia toccate, esaminate me le fa sentire in qualche modo contaminate, sporche.

Il direttore mi dà un’altra camera, stavolta sul retro, quasi di malavoglia, forse solo perché ho pagato in anticipo una settimana. Certo se continua così sarà una settimanina lunga. Il bozzo sulla nuca pulsa ancora e mi suggerisce di cambiare tattica, avrò bisogno di guardie del corpo o di qualcosa del genere.

Esco a comprare un paio di camicie e qualche cambio di biancheria. Mi serve anche un altro vestito, in questo ci ho pure dormito. Stavolta non vado da Gatti.

Guardo la gente in giro forse notandola veramente per la prima volta. Forse la paura di restare confinato in questa dimensione mi fa essere più razionale. Composizione multietnica, tanti giovani ma pochissimi bambini, saranno a scuola, non so neanche che giorno è oggi. Scruto in giro ma non vedo come scoprirlo. La gente sembra vestita mediamente bene, non ho visto gente sporca o stracciata, almeno apparentemente.

La ragazza del negozio di abiti mi dice che oggi è mercoledì diciotto settembre. Le chiedo, anche se c’è un negozio di occhiali nei dintorni, ieri nella colluttazione devo averli persi. Mi guarda strana e quasi mi apostrofa.

– Qui in Italia non siamo come i Colombiani del nord, da noi c’è il servizio sanitario che provvede. –

Alle mie richieste su come fare, risponde quasi con sufficienza indirizzandomi al Dispensario di Zona. Ci vado con i miei sacchetti e spiego la mia richiesta ad un’impiegata. Alla mia domanda di occhiali è prima perplessa, poi capisce che è un problema di vista e quasi incredula m’indirizza al quinto piano. Correzione della vista.

C’è parecchia gente, tutti giovani sotto i vent’anni. Una ragazza gentile, giovanissima, mi mette in mano un gettone di plastica azzurra e m’invita a sedermi. Aspetto pochi minuti perché il gettone si mette a vibrarmi in mano e i ragazzi intorno mi dicono in coro che tocca a me. Una credo dottoressa, giovane m’invita a sistemarmi su di una specie di sedile regolabile sormontato da apparati che non riesco a distinguere. Cincischio con i sacchetti, che non so dove appoggiare e finalmente mi sistemo.

– Stai fermo ora. –

Appena appoggio la testa sul supporto, quello si muove per adattarsi alle mie misure e un paio di cinghiette di gomma mi bloccano automaticamente la testa. Mi hanno intrappolato. Si spegne la luce intorno e un faro abbagliante mi fulmina gli occhi.

– Fermo… ma da dove vieni dall’Africa? Nel tuo paese non ti hanno mai praticato la correzione della vista? –

Fa la mia dottorina.

– Uhm… non… non saprei… –

– Facciamo subito… bello fermo ora, trattieni il respiro. –

Sento una serie di schiocchi metallici e uno spray mi paralizza le palpebre. Qualche lampo di luce e un forte odore, come di carne bruciata colpisce le mie narici.

Non ci vedo più… mi hanno accecato…

continua…

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