Storie

Il Profumo del panettone

Pubblicato su 7 febbraio 2013

Il profumo del panettone è l’unica cosa che mi piace del Natale. Mi piace sentirlo per strada quando il pasticcere di via Pacini lo sta sfornando. Nell’aria umida di nebbia, stagna intorno a tutto l’isolato come se ci fosse una barriera fisica a contenerlo. E’ un profumo impossibile da ignorare, quando scendo alla stazione di Lambrate e cammino verso il centro. Lo pregusto ancor prima di attraversare la strada. Quel misto dolce che ricorda canditi e sultanina e uova fresche e lievito. Il calore del termosifone, dove la mia pseudo nonna lo metteva a scaldare per smollare il burro, diceva così, favoriva lo sprigionarsi del “mio” profumo Natalizio. E’ diventato costoso però, tanti anni fa ne acquistai uno e lo pagai come si dice qui “profumatamente”. Per farlo artigianalmente occorrono ben sette lievitazioni e solo pasta madre biologica. Non so se quest’anno me lo potrò permettere.

Motta Panettone

Non capisco proprio cosa abbia la gente per essere felice in questo periodo dell’anno. Quando la popolazione era prevalentemente contadina il Natale, non era molto più che il solstizio d’inverno. Segnava solo, con un rito pagano, la consapevolezza del lento riallungarsi delle giornate. I lavoratori con la tredicesima decurtata (noi precari o extra non sappiamo nemmeno come sia fatta) si ripagano a malapena i debiti dei mesi precedenti. Ho letto sul giornale gratuito in stazione, che negli USA noleggiano pure i giocattoli da mettere sotto l’albero e bisogna restituirli entro febbraio. Certo per i bambini organici è più difficile, sono stati abituati da troppo tempo a videogiochi e telefonini. Ora che bisogna tirare la cinghia chi gli racconta la storiella dei regali utili? Una volta insieme al profumo del panettone si sentiva il suono allegro degli zampognari. Mi ricordava le risonanze della mia casa primeva. Ora tutte quelle musichette elettroniche, quei jingle bell da suoneria telefonica mi danno la nausea sonica. Preferisco starmene in casa col mio vecchio giradischi.

Stamane al supermercato conteggiavo mentalmente la mia spesa mentre la cassiera, nella sua orribile divisa, passava i miei acquisti allo scanner. Non avete mai notato quanto siano orrende e insignificanti le divise delle cassiere? Rosino a quadrettini o verdolino color cesso degli anni ’60. Bah! Tre pacchi di pasta Barilla scontata al prezzo di due, i miei preferiti sono i Garofalo, ma questo mese ho già speso troppo. Sei uova, un chilo di sale, un chilo di farina, tre scatolette piccole di tonno in offerta speciale, un sacchetto di mele piccole, una retina di patate… fanno otto e novanta, euro… i miei fondi non sono illimitati… La cassiera, che speravo muta, alla fine del conteggio si rivolge a me in un tono che trovo sorprendentemente cordiale distogliendomi dalle mie oscure elucubrazioni:

– Lo vuole il panettone per novanta centesimi? –

– Comeee?-

Dico io preso in contropiede.

– Ho detto se vuole il panettone per novanta centesimi, è una promozione…-

Un rapido ragionamento sulla crisi e sulla mia situazione finanziaria mi fanno approvare la spesa supplementare. Come faranno a venderlo così a basso prezzo non capisco, è pure Motta, un paio di cicli fa era una marca famosa. I panettoni a Milano erano o Motta o Alemagna. I fan avevano una distribuzione geografica precisa a Nord Alemagna, a sud Motta intorno ai rispettivi stabilimenti di produzione. Soppesandolo nella sua confezione azzurra dorata, stimo che sia meno di un chilo, ci sarà scritto da qualche parte ci guarderò dopo.

Abito in una di quelle case dei ferrovieri costruite negli anni venti, con un giardinetto sul retro. L’ho ereditato da nonna. La mia precaria situazione economica non era prevista e la povertà di mezzi ha limitato lo svolgimento del mio incarico. Non ho mai lavorato e non era previsto che lo facessi. La mia specializzazione è la linguistica. Il mio dovere era solo quello di raccogliere informazioni. Avrei dovuto vivere sfruttando la mia scorta di metalli preziosi, ma il rame che da noi è il top, qui viene usato per far passare l’elettricità. E lo scandio non viene neppure valutato. Errore di traduzione o di calcolo, non certo mio. La vicina sulla destra mi fa un cenno di riconoscimento scorbutico, ma almeno quella saluta. Quella che sta dall’altra parte protesta sempre e solo, che la mia edera le invade la facciata e io ormai ne ho soppresso anche la visione.

gatto neroMi chino a carezzare il micio che mi cammina sempre trai piedi quando ha finito i croccantini. Forse perchè si diverte a vedermi incespicare. Prendo il mio panettone nuovo e lo annuso, il mio olfatto è come quello del gatto. Al supermercato non avevo osato farlo in mezzo alla gente. Odora solo di cartone, con un vago lontano sentore di detersivo, come il supermercato del resto. Cosa mi aspettassi non so, è sigillato. La mia memoria olfattiva collegata direttamente con l’ipotalamo già prefigurava il festino? Domani sarà Natale.

Mio fratello di sangue è incasinato in Africa e sta peggio di me. Il mio contatto non si vede più da una decade. Anche se non ho nessun amico sul pianeta, almeno stasera mi preparo il cenone di magro come vuole la tradizione locale. Faccio cuocere due patate e le schiaccio con la forchetta insieme al tonno di una scatoletta, olio di girasole trasparente compreso. Aggiungo un’acciuga salata spappolata bene e una diecina di capperi che mi ha portato un messaggero dalla Sicilia. Scolpisco il mio finto pesce simulando le scaglie premendo il composto gialliccio con il cucchiaino. Disegno la coda e le pinne con i rebbi della forchetta, una bocca sorridente e un cappero per occhio.

tonno fintoIl mio finto pesce per secondo è pronto e lo metto al centro della tavola. Non l’avevo mai preparato prima e mi sono ispirato ad una ricetta trovata su di un giornale ingiallito trovato in cantina. Di primo mi farò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino così risparmio il formaggio grattugiato per la pasta di domani.

La pasta è stata l’esperienza più importante della mia missione. Piccante come la preparo io non la fa nessuno in tutta la galassia. Per dessert volevo farmi le mele fritte in pastella, ma il panettone ha sconvolto i miei piani. L’ho piazzato sulla destra del tavolo nella sua bella confezione blu. Cenerò tardi adeguandomi agli usi regionali e mentre aspetto ascolto le notizie alla radio.

Per paura che qualcuno entrasse in casa a scoprire i fatti miei, avevo bruciato il televisore della nonna. Successe quando si presentò un ispettore della RAI alla mia vicina per pretendere dieci anni di tasse arretrate. Aveva suonato anche a me, ma io non avevo aperto. Nessuna novità, nessun avvistamento. Son passati quasi dieci cicli di raccolta di dati e ho quasi perso la speranza. Il radiogiornale ripete mille volte i particolari dibattuti sulla riduzione delle pensioni, per far ripartire l’economia stagnante. Mi sembra impossibile che gli Italiani non capiscano che l’unica soluzione per il loro sistema economico bizantino sia quello di smettere di spendere i soldi che non hanno. Avevo scelto l’Italia perchè sul manuale era indicato come il paese dove era più facile passare inosservati, ma non avrei mai pensato di riuscire a mimetizzarmi in modo così efficace. Ero nascosto così bene che forse nessun fratello mi avrebbe mai più trovato.

Metto a bollire l’acqua per la pasta, una manciata di cloruro di sodio e dodici minuti di cottura come spiega la confezione. Ogni volta che faccio gli spaghetti aio oio e peperoncino li assaporo lentamente, masticandoli piano e lasciando sprigionare tutta la forza dei profumi intrappolati. L’aria che passa dalla bocca al naso moltiplica la sensazione. Ogni volta li gusto come se fosse l’ultima. Affronto il mio “pesce povero” come intitolava la ricetta del 1943. Non male, anche se era progettata per riempire lo stomaco, la miscela è apprezzabile. Avrei dovuto tenerlo in caldo, tiepido sarebbe stato meglio. Scarto il panettone dal fondo. All’apertura del sacchetto il profumo mi colpisce, è fresco. E’ lo stesso profumo che usciva dal laboratorio di pasticceria. Non mi sbaglio mai sugli odori. Chissà se l’artigiano li faceva proprio lui o li comperava allo spaccio della fabbrica…

Me ne taglio una fettona e mentre addento il primo boccone, suonano alla porta.

E’ mio fratello di sangue, con un grande sorriso mi abbraccia e mi dice:

– E’ finita torniamo a casa, sono venuti a prenderci. La finestra si apre a mezzanotte, prendi solo il cubo memoria, hai già deciso se voterai per invadere il pianeta? –

Abbranco il panettone rimasto e penso che ne varrebbe la pena.

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