Il Viaggiatore – 15 ° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Nel frattempo mi alzo precipitosamente e mi addosso ad un muro. Entrano quattro uomini in divisa nera che mettono a soqquadro il locale tra le grida degli avventori e le proteste del personale.

– È uscito dal retro! –

Grida qualcuno e i quattro si precipitano nella nuova direzione. È meglio andarsene. Faccio segno ai miei che ce ne andiamo ed esco, insalutato ospite, dalla porta d’ingresso.

Il pilota di un motoscafo nero guarda insistentemente nella mia direzione, ma come previsto non mi vede. Deve per forza notare la scorta che mi precede, ma probabilmente non ha ordini al riguardo.

Non è più sicuro neppure l’albergo. Comincio ad essere stufo di girare per negozi per rifarmi il guardaroba, che mi tocca poi lasciare in qualche camera a pagamento.

Forse mi serve una casa fortezza come Superman al Polo Nord, con un battaglione di armigeri a difesa? Prendiamo un taxi scafo per la stazione e in due minuti siamo arrivati. Quattro Roma solo andata.

Il monorail a levitazione magnetica parte ogni trenta minuti. Sono tutto sudato, e ancora affamato per giunta. Avevo appena infilato in bocca un bel granchietto croccante e non mi ricordo nemmeno se l’ho deglutito masticato o intero.

I miei nemici cominciano ad essere nervosi se le aggressioni arrivano in pieno giorno e in un luogo pubblico. La mia profonda cultura a base di CSI, mi fa sorgere un’idea per rallentare gli inseguitori.

– Arra si possono cancellare i video di controllo della stazione? E… anche sopprimere il nostro ricordo al pilota del taxi scafo… e pure eliminare la transazione di acquisto dei biglietti? –

tutto fatto

Potevo anche pensarci prima… pure questo treno è controllato?

– Cancella tutto. –

Siamo su di un treno a levitazione magnetica, superba tecnologia prussiana, ma anche attraverso le dimensioni l’amministrazione italiana delle ferrovie sembra molto simile a quella nostra.

Il vagone ristorante è chiuso. C’è solo un servizio di snack confezionati e bevande. La fame me ne fa provare diversi tipi, tutti o troppo dolci o troppo salati.

Bevo una birra sul caldino e un caffè diluito e ormai freddo (sic). Anche Jorgo tenta di riempire il suo stomacone con qualche barretta stantia, ricoperta con qualche imitazione del cacao.

Il mio corpulento guardiano, solitamente silenzioso, sul treno semivuoto si smolla un poco. Mi chiede se il servizio durerà più di una settimana per avvisare, non capisco bene quale, famiglia.

Non ne ho la minima idea, ma dico un mese per non dover spiegare troppo sulla precarietà del mio stato. Le gemelle ascoltano musica orientale dai loro apparecchietti portatili.

continua…

Il Viaggiatore – 10° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

Jorgo siede al banco e controlla la sala dietro un monumentale panino. Lo addenta solo quando le gemelle, che si nutrono solo di notte, sono sistemate strategicamente ai lati della sala con il loro infuso di erbe.

Beh! Sono venuto qua a fare il turista per cambiare aria da Milano e imparare qualcosa di più. Lo spumante delle cantine Loredan è meglio di tutti gli champagne che ho assaggiato in vita mia. Se non fosse per la spada di Damocle che pende sulla mia testa, potrei fare questa vita per un tempo indefinito.

Mi manca un po’ mia moglie, non tanto per il sesso, ormai è più un’amica che altro. Mi manca per la compagnia, le gite al mare, le cene con gli amici, le partite a burraco e le dispute sul telecomando del televisore. Chissà come starà, tutta sola, nella nostra grande casa piena di gatti.

Qui l’unico amico che ho è Arra, un’entità sovradimensionale i cui scopi sfuggono alla comprensione umana. Mi aiuta, m’informa, mi protegge, ma non divide il pranzo con me.

Questo è il punto, sono qui da solo. Le guardie del corpo stanno con me unicamente per lavoro. Quando voglio parlare con Arra in pubblico faccio finta di parlare nel mio com a bassa voce, non ho ancora imparato a vocalizzare senza emettere suoni intellegibili.

– Tu sai che esistono altri due come te in questa dimensione e sai anche dove sono?-

– Abbiamo la coscienza di tutti i nostri simili, incluso la loro posizione dimensionale e fisica esatta. 

– Allora anche loro sanno… dove siamo? –

– Non è una delle informazioni disponibili ai Viaggiatori. 

– E quali sarebbero disponibili? –

– Posso dirti che uno dei miei fratelli è su questo mondo da 2.030 anni ed è di solito inattivo. Al suo servizio hanno acceduto 267 viaggiatori. L’altro è qui da 562, ha servito un solo viaggiatore, sempre con moltissima attività. –

– Allora cosa sanno di me/te/noi ? –

– Sono comparso quattro giorni fa, sparito dieci minuti nello stesso tempo in cui sono entrati gli svizzeri in camera tua, ritornato, sparito per un giorno proprio quando ti hanno stordito al ristorante, poi tornato. Inoltre ho avuto una discreta attività. –

– Certo, visto da qualcuno che è qui da tutto questo tempo, deve sembrare un sacco strano. Devono avere un controllo del territorio efficientissimo se in un solo giorno sono arrivati fino a noi. Non potremmo comunicare loro che sono qui giusto di passaggio e aspetto appena il momento più opportuno per andarmene? –

– Pensi che sarebbe credibile? Pensi che non sia già successo milioni di volte? 

– Già devo convenire. –

Per distrarmi dagli oscuri pensieri ordino un dessert che ho visto passare prima. Una specie di montebianco con marron glacé, una crema bianca compatta a base di mandorle e panna, sormontata da un castello di cioccolato, delizioso.

Vedo sgranarsi gli occhi delle gemelle man mano che sparisce. Usciamo dal magnifico palazzo ed ho proprio bisogno di una passeggiatina.

Non ho bevuto il caffè perché voglio prenderlo in Piazza. Voglio vedere chi si è accaparrato il posto del Florian nella competizione che, nel mio mondo, vedeva trentaquattro caffè concorrenti nella stessa location, nel millesettecentoventi.

Comincia a piovere leggermente. Ines e Iris si ricoprono d’incanto di plastica trasparente. Jorgo cammina in mezzo alla strada come se fosse in pieno sole. Io mi proteggo passando rasente ai muri, col mio provvidenziale tricorno che mi protegge il capo. Passiamo sotto i portici e m’infilo dentro al caffè… Janni… proprio dove c’era il Florian.

I tavolini sono tutti pieni perché l’improvviso vento gelido ha fatto rientrare gli avventori seduti in piazza. Ne approfitto per andare prima in bagno. Questa volta entra prima Jorgo.

Guardo le stampe d’epoca appese nel corridoio e il ritratto del fondatore, tale Janni Scarin nato a Korcula, la città natale di Marco Polo.

Il caffè come lo fanno a Venetia è sempre il migliore del… dei mondi, soprattutto per le fritole con i pinoli e le spezie. Ricordo tanti anni fa, a Carnevale, i leggerissimi galani, simili a quelli che a Milano chiamiamo chiacchiere, anche se le nostre sono più pesanti.

Mentre aspetto in fila studio la gente che si gode la bellezza delle sale e sorbisce le aromatiche bevande. Una coppia di signore bellocce, sulla quarantina, sedute a un tavolo vicino, mi chiede informazioni. Sono Colombiane di Nova Pisa, vicina ai grandi laghi e saputo che sono anch’io un turista, m’invitano a sedere al loro tavolo.

Visto il mio posto in coda e l’acqua che viene giù a dirotto accetto di sedermi a patto però di offrire io la consumazione. Jorgo presidia l’ingresso e le sorelline sono invisibili da qualche parte, all’erta. Chiacchere superficiali che mi permettono comunque di imparare qualcosa di prima mano, come la leadership planetaria della Federazione Colombiana prima potenza mondiale e alleata storica dell’Italia.

Sì, sono un goloso e prendo un caffè con panna e mi portano anche un’alzata d’argento piena di… galani, anche se non è Carnevale sono di certo i dolci preferiti fin dal tempo dei Romani. Le signore che sono sorelle, ne fanno man bassa e io devo ordinarne un altro vassoio.

Dopo un’oretta di amabili chiacchiere smette di piovere lentamente il locale si svuota. Mi commiato dalle mie ospiti che non mancano di invitarmi a Nova Pisa, quando ci passerò. Mi danno una specie di biglietto da visita elettronico sottile, ma con la loro immagine in movimento e le coordinate GPS di casa. Esco anch’io nell’aria fattasi gelida e chiara. Torno in albergo.

Dovrei darmi da fare per andare in qualche modo all’attacco, ma non so da che parte incominciare. Non mi preoccupo tanto del primo dispositivo, lo chiamerò Uno. Il fatto che abbia cambiato mano mediamente ogni sette anni e che sia usato poco, mi fa pensare a qualcosa di rituale, come una setta o una congregazione di qualche tipo.

Due invece sembra in mano a un solo Viaggiatore, ma come è possibile che sia lo stesso da cinquecento anni. Forse è un gruppo, una dinastia che ne fa ampio uso da secoli per il potere? Oppure è al centro di una competizione tra molti per accaparrarsene i privilegi? Il fatto che mi abbiano cercato e quasi trovato subito, mi fa propendere di più sulla prima ipotesi.

Dovrei studiare la storia economica per capire se questo influsso interdimensionale nel millequattrocento quarantotto ha contribuito al successo di qualche dinastia in particolare. Sono completamente all’oscuro sui fatti storici di quel periodo.

continua…

Il Viaggiatore – 1° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

La fortuna aiuta le menti preparate

martedì 16 nov

– Se mi paghi da bere ti racconto una storia… –

Non mi piacciono quelli che chiedono la carità, i postulanti e gli ubriachi men che meno. In vita mia non ho mai passato il segno e i deboli mi fanno magari pena, ma cerco di evitarli. E poi questo ha un accento strano. Ho un sacco di roba da fare oggi. Cancello la sua immagine e mi prendo il mio cappuccino Illy, con cacao e un kipfer alla crema. Eppure stamattina, mentre sciacquetto in bocca il cappuccino, realizzo che qualcosa è cambiato. Mi rendo conto di colpo che in realtà, non avrei proprio nulla da fare. Le cose urgenti sono per domani. Chissà che urgenza poi, devo andare dal medico di famiglia per farmi prescrivere le pastiglie per l’ipertensione. Poi devo andare all’INPS per rivedere il calcolo della pensione, come se potesse cambiare. Devo pagare la trentaduesima rata della macchina, di solito parcheggiata sul marciapiede sterrato. Beh posso anche offrire da bere a quel tizio. Gli apro la porta e dico:

– Allora cosa prende? –

– Non qui in pasticceria. –

Dice lui, questo negozio non è di suo gradimento?

– Andiamo alla privativa dell’ARCI nella prossima via, costa meno e ci si siede al caldo. –

Cammino quattro passi dietro a lui, giro l’angolo e entriamo nel primo portone. Dentro il cortile, tipico della vecchia Milano, una vetrina a quadrettoni di vetro, ormai resi opachi da migliaia di pulizie sommarie, ci accoglie. Puzza di vino e di fumo stantio, un vecchio biliardo Hermelin in fondo alla sala, tanti tavolini quadrati, ma è caldo e tranquillo. I vecchietti che giocano a carte arriveranno dopo. Dopo la visita dal dottore della mutua. Dopo l’aver pagato la bolletta del gas. Dopo aver portato a casa la spesa fatta al mercato rionale.

– Io mi chiamo Marco e tu? –

Fa come fosse il padrone di casa, si toglie un giaccone consunto e spadellato, un Barbour come il mio. Sotto indossa una giacca di velluto a coste verdone, frusta e sdrucita dall’aria vagamente familiare, che in altri tempi doveva aver fatto bella figura nelle vetrine di Corso Vercelli. Mi porge la mano, asciutta e ferma e fa… fa anche il saluto massone. Io non sono massone ma Aldo, un vecchio amico me lo aveva insegnato tanti anni fa. Io lo faccio sempre, automaticamente ed ogni tanto scopro qualche “fratello” .

– Anch’io mi chiamo Marco. –

– Già –

Risponde sottovoce.

– Non per farmi gli affari tuoi, ma quanto pesi? –

Certo ‘sto tipo è proprio fuori, stiamo al gioco.

– Centodieci chili. –

– Ottimo. –

E ordina verso il bar un fernet Branca, a quest’ora è roba da alcolizzati, ma mi sembra sobrio, io prendo un caffè. Si siede ripiegando il giaccone sulla sedia accanto. Un cameriere con i capelli riportati ci serve in silenzio. Chiedo un po’ di latte a parte e mentre il cameriere si allontana, con aria misteriosa e guardandosi in giro mi fa…:

– Vengo da un altro mondo. –

Mi sibila Marco dall’altra parte del tavolino. Si buonanotte, non sarà ubriaco ma è matto di sicuro. Mi viene da alzarmi, poi noto che ha in mano un piccolo aggeggio, sembra un coltellino di acciaio inossidabile, ma più largo. Lo posa sul tavolino con cautela.

– Prendilo, guardalo. –

Mi dice. Lo raccolgo è massiccio, pesante, non vedo nessuna fessura, sembra tra titanio e platino. è più caldo della mia mano, ha una fila di forellini minuscoli che emettono raggi di luce multicolori. Non ho mai visto dei led così piccoli e così luminosi, se sono led… sembrano quasi microscopici laser Sotto la fila di lucine sei simboli, incisi nel metallo come fossero dei caratteri incomprensibili.

– Che cos’è? –

Sono veramente incuriosito.

– Questo è un comunicatore. –

Sono un fanatico dei gadget tecnologici ma, telefonini così piccoli ne ho visti solo in fotografia, penso prototipi unici, in internet. Alcuni laboratori si specializzano in micro-macchine che realizzano in pochissimi esemplari supercostosi per le fiere di settore. Apprezzo la finitura raffinata, opaca da una parte e liscissima dall’altra, di questo gioiello di micro fattura. Mi complimento per la squisita fattura dell’oggetto e Marco aggiunge:

– Se vuoi viaggiare tra i mondi, se ne vuoi davvero uno anche tu, devi venire con me. –

La cosa si fa complicata, ma l’aggeggino che tengo tra le dita e non so nemmeno cosa sia, ha già suscitato la mia cupidigia. Oggi è proprio un giorno fuori dell’ordinario. Marco ingolla il suo fernet, si rimette il soprabito e fa cenno di uscire. Io sono ancora seduto, con la tazzina mezza piena in una mano ed il “comunicatore” nell’altra. Il mio pollice continua a strofinarne la superficie liscia, quasi fosse un ipnoglifo. Poso la tazzina bruscamente e qualche goccia schizza sul tavolino di formica. Mi alzo alla svelta, farfugliando scuse per il caffè versato, pago e seguo precipitosamente il mio anfitrione che già trotta una diecina di metri avanti a me. Attraversa la strada e si avvia in una stradina del parco. Un pallido sole campeggia tra i rami spogli e Marco si siede sulla prima panchina.

– Dammi il comunicatore e siediti, qui. –

Quasi non riesco a staccarmelo dal dito e lui mi fa.

– Allora, come ti ho detto prima, se ne vuoi avere uno anche tu, devi fidarti e venire con me. –

– Venire dove, a fare che cosa?-

Rispondo, sempre sospettoso.

– A Milano2, a casa mia. –

Milano due è lontanino, in pratica Segrate, ma lì le case una volta erano di lusso. Poi cosa ho da fare oggi?

– Andiamo. –

Marco prende il comunicatore lo porta con rispetto alla bocca e dice distintamente.

– Milano2 –

Mi viene da ridere, ma mi viene anche un capogiro. Mi sembra pure di avere più caldo. Marco si toglie il Barbour e fa:

– Qui siamo indietro di due mesi, puoi toglierti il soprabito. –

Lo guardo inebetito e lui si mette a ridere.

– Benvenuto a Milano2 o AE31 come preferisci. Io sono finalmente tornato a casa, tienilo tu questo gioiello, il comunicatore interdimensionale, ci rinuncio adesso è tuo. –

E me lo piazza in mano.

– E grazie per il fernet. –

Fa una palla del giaccone e lo getta in un cestino dei rifiuti che lo risucchia rumorosamente, mentre s’incammina.

– Cosa… come… dove vai?… –

E la voce mi svanisce in un sussurro. Ritorna sui suoi passi come a ricordare qualcosa e mi fa:

– Beh, il numero del tuo piano te lo devo. La tua Milano è al piano hex 709D. Vai in una biblioteca pubblica e impara a usare il comunicatore, tienilo caro, ti sarà prezioso. Buona fortuna… ah no, da voi porta sfiga, si dice in bocca al lupo addio. –

– Crepi –

Sussurro meccanicamente, mi risiedo sulla panchina e mi gratto la testa.

continua…

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