Il Viaggiatore – 3° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Quasi tutti gli uomini indossano una specie di giacchino sciancrato senza colletto, quattro tasche e pantaloni attillati. Entro in un negozio, magazzino? Guardo i modelli sui video e appoggio le mani sulla tavola. In mano ho però questa volta il mio… com… il tavolo tace, scelgo un modello di colore blu, carta da zucchero, camicia azzurra, doppia biancheria, calze e scarpe, una voce scaturisce dal piano.

il totale è 12,70 fiorini oro, procedere alla cabina di misurazione.

Fiorini? Non mi stupisco più di nulla, dove sarà la cabina? Cerco sulla parete in fondo, dietro alla tenda ci sono un paio di panche e una sola cabina, mi sembra. E’ una cabina tonda luminosa e semitrasparente, occupata da una giovane dai lineamenti banali. Quasi non li vedo perché è in sostanza nuda. Bel fisico, gira su se stessa con le braccia prima in alto e poi stese sui fianchi. Quando girando incontra il mio sguardo mi sorride. Io resto imbambolato con la bocca aperta e farfuglio qualcosa simile alle scuse, mentre mi ritiro oltre la tenda in attesa. Dopo qualche minuto in cui io girovago tra gli schermi tavolo, lei fa capolino con un vestito rosso fiammante. Mi sorride ancora ed esce. Beh almeno questa non m’insulta. Entro nella cabina e una voce elettronica mi fa:

è necessario spogliarsi prima di prendere le misure…

Esco mi levo giacca, pantaloni e camicia e rientro.

è necessario spogliarsi prima di prendere le misure… lasciare il com fuori della cabina…

Ripiego tutto accuratamente sulla panca, nascondo il mio com in una scarpa, è la cosa più preziosa che ho. Rientro nella cabina luminosa in calzini e mutande …bagnate, sono solo in un’altra dimensione. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere.

alzare le braccia

La piattaforma gira.

abbassare le braccia lungo i fianchi… misurazione terminata … può ritirare il suo completo farsetto, pantaloni e accessori, confezionati su misura fra un’ora.

Mi rivesto penosamente ed esco, faccio il giro dell’isolato. Non voglio farmi notare più del necessario intanto che aspetto. Ci sono un sacco di canali in questa Milano. Le auto sulla strada sono silenziose, penso siano elettriche, di due colori, la maggior parte gialle e poche bianche. Questo palazzo, con tutti questi cinesi che vanno e vengono con borse e sacchetti forse è un albergo, seguo il flusso ed entro. Sì dovrebbe essere un albergo o qualcosa di simile. All’interno in un corridoio s’intravvedono stanze/negozio piene di schermi video che mostrano gioielli. In fondo una porta si apre e vedo quello che cercavo spasmodicamente solo un’ora fa. La mia idea era giusta.

Mi piacerebbe anche sedermi sui divani dell’ingresso, ma con i pantaloni bagnati non sarebbe gradevole, né per me né per i divani. Con calma esco per far passare il tempo di consegna, è incredibile che siano appena le tre del pomeriggio. Intanto che aspetto cerco i posti dove la gente va a mangiare e ne scopro un paio di probabili. Uno con un’insegna che raffigura una melanzana e un peperone rosso, sarà un vegetariano piccante? L’altro una rassicurante pizza. Ah! Ce n’era anche uno con due pesci incrociati che non era un pescivendolo, ma era una cappella di non so quale religione. Ritiro la mia roba e torno all’albergo.

All’ingresso nessuna reception, solo l’onnipresente piano/schermo con le scelte video. Ho preso una camera che costa un fiorino al dì, pagato con il com. Salgo al quindicesimo. Vado subito in bagno, lascio cadere i vestiti sozzi per terra e mi fiondo nella doccia. E’ già la seconda doccia oggi, pensiero buffo. Ci passo almeno mezz’ora, ho la testa in subbuglio ma lascio con pazienza che l’acqua sciacqui via anche l’ultima umiliazione. Mi avvolgo nel bianco accappatoio di un tessuto assorbente a nido d’ape che non so riconoscere. Mi sdraio sul letto e faccio il punto. Prima i lati positivi. Sono tutto intero e ho vestiti nuovi, un mondo nuovo da esplorare, un conto spese apparentemente illimitato. In compenso non ho la minima idea di come tornare a casa, le informazioni sul mio “amuleto” e chi me le può dare sono fuorilegge, non ho idea da dove vengano i soldi per pagare i miei conti, non so come funziona questo mondo e ho fame.

Devo muovermi a piccoli passi, vestirmi e provare a farmi una pizza. Mi rimiro nel nuovo vestito. Mi sembro inconsueto, ma la giacca sciancrata mi dona. Le scarpe sono morbidissime, la camminata elastica. Memore di Marco faccio un pacco dei miei vestiti vecchi e li porto fuori con me. Mentre mi dirigo dal pizzaro, getto il mio pacco in un cestino della spazzatura pneumatico. Il locale è semivuoto, data l’ora. Entro e una cameriera in carne ed ossa mi chiede se voglio una delle pizze loro specialità, fiorentina, colombiana o milanese.

– Nnn… non c’e la napoletana? –

– Se proprio la preferisce la ordino subito, cosa beve bianco o rosso? –

– Stavo per dire birra ma, mormoro bianco. Mi siedo su di uno sgabello alto, parecchio scomodo. Volevo passare inosservato, ma noto che la cameriera confabula indicandomi con la testa, poi sorride. Mi rassicuro e guardo intorno. Il locale è pulito e profuma di pane appena cotto, lo stesso profumo che si sentiva fuori, forse marketing olfattivo per attirare i clienti. La mia ordinazione arriva veloce. Una bella pizza, alta quattro centimetri e larga venti, piena di formaggio fuso e ricoperta di fettine di patata, rucola, formaggio grattugiato, con fiocchetti di burro che stanno ancora finendo di sciogliersi. 😦 Faccio per protestare, ma qualcosa nel retro del cervello mi ferma.

– Non sarebbe nella lista, ma non essendo nell’ora di punta, il nostro pizzaiolo napoletano l’ha fatta apposta per lei. –

E mi lancia un sorriso. Attacco l’obbrobrio con un po’ di patema, ma il mio stomaco brontola. Non è male, sarà un mattone, ma tanto ho sempre avuto difficoltà a digerire la pizza. Sarei curioso di provare quella fiorentina… meglio un passo alla volta. Devo trovare un trattato di storia, finora non ho visto neanche un libro e un solo giornale in e-paper. Pizza e vino mi costano cinque pezzi che liquido appoggiando il mio com sulla piastra del negozio. Ci saranno le mance… boh?

Giro l’angolo e mi trovo in Piazza del Duomo. Mi fa un effetto strano, in piazza c’è l’acqua e un po’ di barche dalla forma insolita. Il Duomo stesso mi pare leggermente diverso da quello che conosco, non so, qualche statua in più o in meno. Metto una mano in tasca e richiedo al mio com le coordinate per la biblioteca. Non è la stessa di prima, ma sempre sottoterra. Qualche giovane in fondo alla sala fa casino e ridacchia. Mi siedo ad un tavolo con lo schermo di ricerca e scelgo storia. La Grecia, Giulio Cesare, Carlo Magno, Cristoforo Colombo… millequattrocentonovanta scoperta della Colombia… spedizione finanziata… da Lorenzo il Magnifico con due caracche… la Bianca e la Nannina… ecco dove c’è stato lo split… ecco perché la moneta è il fiorino. Allora gli spagnoli?

Salto le schermate per andare alla geografia politica… mi è subito evidente il nord Amer… no Colombia? E’ pieno di città dai nomi noti Genova, Novaroma, Florentia, Nova Pisa, Venetia, Augusta Bononia… resto di stucco. Sembra quasi una storiella inventata su misura per intrigarmi, ma sono qui in carne ed ossa. Gli inglesi e i francesi si dividono il freddo nord della Colombia settentrionale, Spagna e Portogallo il sud del continente. Venetia domina le coste slave fino alla Grecia e al mar Nero. Cina e India hanno i confini un poco diversi, ma sono sempre lì. Mancano all’appello un sacco di paesi e ce ne sono tanti altri nuovi, che tengo per quando avrò più tempo.

Questa deve essere una mania di noi Milanesi… Avere più tempo. Non ho più nessuna scadenza, almeno che io sappia, se non la rata mensile dell’automobile che non uso quasi mai, nella Milano 709D, ormai lontana chissà quanto. Anche mia moglie e i miei amici sono più lontani di un milione di anni luce. Cosa posso fare di più? Allora perché corro? Sarà perché la vita negli ultimi anni mi ha insegnato a fare così. “Early bird catch the worm”, dobbiamo sempre correre prima degli altri per prendere il vermetto al posto del nostro concorrente.

Già Orazio ci ammoniva di afferrare il giorno, di non perdere nemmeno una stilla di quanto il tempo ci regala. Allora il mio principio adesso potrebbe tornare ad essere il “Carpe Diem” che mi piaceva tanto? Deciso, farò così. Soddisfatto della mia risoluzione mi rilasso e mi appoggio al morbido schienale della poltroncina. Quello che ho imparato oggi mi basta, esco dal sotterraneo e ritorno in piazza, quella del Duomo naturalmente.

continua…

Il Viaggiatore – 2° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Guarda che tipi s’incontrano oggi, sarà meglio tornare alle vecchie abitudini e non dare confidenza ai tipi strani. Effettivamente il sole sembra più caldo. Respiro profondamente allargando le braccia ad occhi chiusi. Ok, torniamo a casa a guardare la posta elettronica.

Attraverso la strada silenziosa… silenziosa? Dove sono finite le macchine? Ho sempre portato gli occhiali e la mia visione reale del mondo è limitata a pochi metri, ma le ombre più distanti mi sembrano molto più alte. E l’aria è così sottile, come nelle giornate ventose d’inverno, tiepida però. Giro l’angolo e dopo pochi metri trovo un muro.

Mi giro perplesso, non sarò mica rincoglionito così di colpo, da non trovare la strada di casa. E’ così che si manifasta l’Alzheimer, senza preavvisi? Possibile che di colpo non riconosca neanche una delle vetrine della mia via? Vetrine? Qui c’è una superficie di materia dura ed elastica allo stesso tempo, sembra silicone indurito. Giallo a righe nere… Pericolo… un codice universale a ricordare i colori delle vespe, forse è meglio che mi tolga da qui. Non faccio nemmeno a tempo a voltarmi e un’apertura si spalanca mentre un grosso veicolo a strisce gialle e nere sfreccia fuori, passando a pochi centimetri dal mio piede che evita miracolosamente lo spiattellamento. Cosa mi succede, devo chiedere aiuto a qualcuno, devo farmi accompagnare a casa? Mi rivolgo ad una giovane donna vestita di viola con i capelli rasati:

– Scusa non ci vedo bene, dove siamo? –

– Scouzza sarai tu, vecchio scem –

E tira dritto lanciando improperi senza neanche darmi il tempo di ribattere. Cammino piano per qualche minuto con un lieve senso di stordimento, sul marciapiede alto. Provo con un altro passante, una donna con qualche anno in più e i capelli nerissimi e corti:

– Buongiorno, per piacere potrebbe dirmi in che via siamo? –

Mi guarda stralunata indicando una direzione con la mano e dice:

– Kastello –

In effetti, scorgo da lontano una sagoma nota, ma devo camminare ancora un bel mezzo chilometro prima di distinguere la torre del Castello Sforzesco e fa caldo. Toh! Non lo sapevo, hanno riempito di acqua il fossato. Così sta proprio bene, con le mura riflesse nell’acqua ferma. Come sono arrivato fino a qui? Sarà già la demenza senile o una forma di Alzheimer intermittente?

Vado dritto in via Dante e… c’è l’acqua. Alcuni battelli dalle forme moderne sono attraccati alle rive. Sembra Venezia… con palazzi di vetro però. Seguo come in tranche un gruppo di persone chiassose, eleganti, vestite di scuro. Non capisco una parola di quello che dicono, sembrano cinesi, però molto più alti. Entrano in un grande magazzino, scale mobili in tondo, senza gradini. Musica soffusa, elettronica penso, che imita un carillon. Si dirigono verso un banco di alluminio, trafficano un po’ e ciascuno ha in mano un bicchiere con qualcosa dentro. Vado anch’io al bancone. Il piano è uno schermo piatto che raffigura un’infinità di bottiglie e bicchieri decorati con frutta, gelati, ombrellini, ecc. L’avevo visto in un film, scorro le mie mani sul piano e le immagini si muovono in sincronia con le mie mosse.

rivela il sistema di addebito

Una voce suadente e strascicata scaturisce dal piano.

– Stavo solo guardando – Farfuglio…

accettiamo tutti i com, prego specificare

Tolgo le mani dallo schermo e quello zittisce. La rivelazione arriva e mi colpisce in modo quasi fisico, traballo e mi appoggio al tavolo.

A scuola un sacco di anni fa, durante le ore di lezione, per passare il tempo senza annoiarmi, leggevo romanzi di fantascienza. Se non sono rinscemito all’improvviso sono a Milano2 come diceva Marco, seppure quello era il suo nome. Milano2 di un universo parallelo. Cosa faccio ora? Mia moglie, la mia famiglia… gli amici… la casa ? Sul tavolo un foglio dimenticato cambia immagine appena lo tocco… solo i titoli niente testo… inaugurata la festa dei Navigli… la delegazione Mongo completa l’acquisto delle Aziende Energetiche Italiane… firmato il trattato a Florentia…

Devo ragionare alla svelta, devo tirare fuori quelle palle che ho lasciato addormentare. Che numero di piano aveva detto il sedicente Marco? In genere mi ricordo facilmente i numeri, 709 ma che lettera? T? mmm… prima aveva detto qualcos’altro… hex… ah si hex, esadecimale, allora non può essere T sarà D, 709D. Dovrei presentarmi alle autorità? E che storia racconto?

Devo trovare la biblioteca. Infilo la mano in tasca e trovo il maledetto amuleto scintillante di titanio o qualche altro cazzuto metallo prezioso. Lo scruto come se potessi vederne l’interno, ha una fila di sedici forellini su ogni facciata. Ognuno lampeggia con ritmi e colori differenti. Lo porto vicino alla bocca con circospezione e mormoro… Milano 709D. Niente. Forse lo devo dire più forte, mi guardo intorno e riprovo. Nulla. Un’idea… un’idea, una volta ne avevo un casino, provo a dire…

– Dove sta la biblioteca? –

Sento una vibrazione, quasi una voce che non viene da nessuna direzione, la sento risuonare dentro la mia testa.

esci e gira a sinistra

E’ il comunicatore, mi guida, ho chiesto e ha risposto. Esco più sollevato con il giaccone sul braccio. Nessuno nella strada ha il soprabito e Marco l’ha buttato via subito, nel cestino della spazzatura. Ma è mio, della mia dimensione, cosa ho d’altro? Il portafogli, le chiavi di casa, monetine, orologio, fazzoletto, una pila tascabile al litio modello C.S.I., l’iPhone. Lo accendo, aspetto la rotellina che gira, gira, gira, non trova nessun gestore. Non lo getto perché l’ho pagato un casino, solo per fare invidia agli amici, ma mi sento ancora più stupido.

Seguo le istruzioni del mio Com… come ha detto la voce del tavolo del bar? Accettiamo tutti i com. La prossima volta provo se questo è un com accettabile per pagare. Mi aspettavo che la biblioteca fosse un palazzo pieno di libri, invece è un sotterraneo con tavoli video. E’ semivuoto e nessuno mi chiede nulla. Mi siedo e scorro gli innumerevoli argomenti proposti senza trovarne uno che faccia al mio caso. Provo con la ricerca… ma qui non hanno Google? Sembra di no. Una parte del tavolo rappresenta una tastiera, strana, ha tutte le lettere, anzi di più e anche le sillabe più usuali. Faccio parecchi errori di digitazione, ma il tasto di ritorno è ben visibile. Compito

– Universi paralleli –

soggetto non trovato

– Fisica dimensionale –

soggetto non trovato

– Viaggi dimensionali –

soggetto non trovato

– mondi paralleli –

soggetto non trovato

– Comunicatore interdimensionale –

– Bingo! –

Dispositivo immaginario che consentirebbe il passaggio tra differenti piani dimensionali. Secondo le teorie di Paul Mharkovitz, esistono punti di risonanza tra detti presunti piani. L’eccitazione di un campo dinamico di sufficiente potenza, potrebbe consentire il passaggio da un piano all’altro. Il suddetto Paul Mharkovitz è tuttora ricercato per truffa e sottrazione di fondi ai danni dell’Università di Losanna. Chiunque avesse informazione sul soggetto è tenuto ad informare la Milizia. La documentazione riguardante le sue teorie ed esperimenti è stata sequestrata e considerata fuorilegge.

Mi guardo attorno affranto, ma comunque circospetto. Forse mi conviene alzarmi ed andarmene subito. Non sono mai stato paranoico, ma qui il mio istinto di sopravvivenza è sicuramente in stato di allerta. Esco velocemente e mi allontano di qualche isolato. Cerco i negozi, ma non vedo vetrine, ci sono poche scritte e tante immagini. Ci sono tante pareti di vetro e all’interno, schermi video sottilissimi e semitrasparenti, verticali e orizzontali come al bar.

Mi scappa tantissimo di orinare, stamattina ho preso la mia pillola per l’ipertensione… Dove lo trovo un cesso? I bar, non riesco a distinguerli, forse un albergo, i miei vestiti strani darebbero meno nell’occhio. Mi scappa già da un paio d’ore e ho fatto di tutto per trattenermi. Un dolore sordo e pungente al basso ventre, m’impedisce ormai di pensare. Come trovo un albergo in una città senza insegne scritte? Girovago come un disperato ancora per qualche minuto e poi succede l’irreparabile.

Mi piscio addosso, sorrido per la meravigliosa sensazione di liberazione, come un cretino, mentre procedo a piccoli passi per non farmi vedere. I miei liquidi scivolano caldi all’interno delle gambe e poco dopo… freddo, bagnato, puzzolente, vergognoso. Non mi era più successo dai tempi della culla. E pensare che a Milano 709D stamattina, non avevo idea di cosa fare oggi. Indosso il giaccone per coprire, almeno visivamente, le appariscenti macchie umide. Per prima cosa ho bisogno di cambiarmi.

continua…

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