Il Viaggiatore – 33° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Vedo sfrecciare i velivoli con la coda dell’occhio e sono già spariti. Attendo qualche secondo e cominciamo la caduta libera.

Fa freddissimo, ma a quello avevo già pensato, mi stringo le braccia intorno al corpo perché non avevo fatto mente locale alla velocità che continua ad aumentare.

Trattenere il fiato per trentadue secondi sarebbe il meno, ma non riesco neanche a contare. Una falda della giacca sbatte talmente che si sta quasi staccando.

Rallenta! Penso e la velocità si stabilizza. Arra mi avvisa che, avendo rallentato, ci vorranno trenta secondi in più, prima di arrivare ad una concentrazione di ossigeno sufficiente. Come se potessi scegliere.

Ad un tratto non ce la faccio più e i polmoni cercano di respirare, qualcosa entra ma non basta, mi sento soffocare, mi gira la testa, probabilmente quasi svengo.

Circa a duemila metri mi accorgo di esserci ancora. Arra sta amministrando la discesa, sotto di me vedo piccoli appezzamenti di terreno, campi coltivati coperti di neve.

Giungo a terra in un boschetto di alberi in fianco a un fiume quasi in secca. Dall’altra parte ci sono i campi. Sono esattamente a mezza strada tra due villaggi distanti una ventina di chilometri tra loro, mi segnala Arra.

Attraverso il fiume saltellando sui sassi, l’allenamento mi ha fatto bene. Trovo una stradina più fangosa che innevata. I miei polacchini scamosciati sguattano nella fanghiglia e mi dirigo a caso verso sud, a Tsnori, non so neanche come si pronuncia.

Arranco per un’ora nel fango e comincio a sudare come un vitello, nel Parka imbottito di piuma. Non posso togliermelo, siamo sotto lo zero. Chissà che fine hanno fatto i miei compagni di viaggio chiedo ad Arra.

Sono atterrati a Tabriz, hanno fatto scendere il pilota e stanno subendo la visita di una specie di guardia doganale che evidentemente cercava me. Mi terrà informato degli sviluppi, se voglio. Certo che voglio.

Dopo un’altra ora vedo una casa con del fumo che esce dal camino. Mi avvicino e un ragazzino che giocava nel cortile appena mi vede, scappa in casa. Certo non devo avere un bell’aspetto, accaldato, sbrindellato, infangato. Esce tutta la famiglia e io alzo un braccio in segno di saluto. Ora che dico?

– Buongiorno! Good morning! –

– Nulla certamente, Arra traduci tu per me. –

– Posso chiedere da bere? –

L’uomo sorride e m’invita ad entrare.

– La mia casa è la tua casa. –

Mi trasmette Arra e quasi non mi accorgo della traduzione istantanea. Mi fa accomodare in una cucina disadorna ma pulita e calda. Mi tolgo la giacca a vento per far asciugare gli indumenti sottostanti. La donna versa una tazza di latte di capra fresco e mi passa anche una minuscola pagnottella di pane scuro che accetto con una riverenza del capo.

Chiedo se c’è qualche mezzo per andare al villaggio. Ha una specie di trattore a tre ruote che tira un carretto quando va al mercato. Ora lo sta usando il fratello e dovrebbe tornare per pranzo.

La donna alla vista dei miei indumenti inzuppati m’invita a toglierli per farli asciugare. Gentili questi Armeni! Accetto di buon grado e lei mi passa una maglia di lana grezza per coprirmi. Sono anni che non metto la lana direttamente sulla pelle e pizzica!

I bambini mi girano intorno curiosi e mi toccano le braccia e si ritraggono ridendo. Vorrei far loro un regalo, ma non ho niente, posso solo farli ridere, faccio smorfie quando i grandi non mi guardano e loro sembrano gradire.

Mi portano a vedere i loro tesori tra cui un furetto che s’immobilizza per scrutarmi. Finalmente arriva il fratello, più vecchio di certo, un omaccione burbero e diffidente, che saluta appena. Pensa che io sia un esattore o una spia.

Quanto sono disposto a pagare per andare in città mi chiede. Non saranno più di cinque o sei chilometri, ma a piedi nel fango non mi sono divertito e le scarpe ci impiegano un sacco ad asciugare.

continua…