Il Viaggiatore – 12° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

Non vedo le gemelle, in realtà non le vedo mai, ma stasera finalmente avranno di che gustare. Jorgo, sapendo della scelta del ristorante vegetariano, si era fatto servire preventivamente in albergo un mostruoso pezzo di carne arrostita. Appena finito il mio bicchiere di zuppa, si avvicina una ragazza sulla trentina, mooolto carina e troppo truccata.

– Sono rimasta sola, mi offri da bere? –

Il ricordo delle ultime volte che ho offerto da bere a qualcuno non mi fa presagire nulla di buono. Ora però mi sento più forte, più vigile. Colgo con la coda dell’occhio il riposizionamento delle altrimenti invisibili gemelle. Se è un emissario di qualcuno che mi cerca è quello che auspicavo.

Se fa solo la più vecchia professione del mondo, alla mia età non mi offendo. Se è qualcos’altro staremo a vedere. La ragazza si chiama Miranda, è già abbastanza bevuta e le propongo invece di mangiare qualcosa.

Dice che non può, non ha soldi e ha litigato col suo fidanzato. La informo che se mangia, il suo pranzo non mi metterà in rovina. Si convince e prende quello che ho ordinato io.

Dopo qualche minuto segue una ciotola bassa, di vetro, piena di gelatina azzurro brillante, al gusto di spinaci e lime. Dentro sospese stanno delle palline verde chiaro, quando le isolo dalla gelatina azzurra vedo che sono gialle cadmio, come tuorli d’uovo sodo di quaglia.

Sembra una specie di tofu ma più consistente, quasi gommoso e con il potente carattere della galanga. Bravo questo chef, mi devo congratulare con lui.

Anche Miranda sembra apprezzare, ma gradisce di più lo spumante secco delle cantine Loredan. Mi racconta una storia lacrimevole che ascolto a metà, mentre degusto il piccolo capolavoro di un sorbetto. Limone di Amalfi cotto al forno, ripieno di mousse di basilico e pepe lungo, perfettamente bilanciati, nessun ingrediente supera gli altri.

Come dessert ci arriva una coppa colma di piccoli frutti svuotati all’interno e farciti con il gelato dello stesso gusto. Fragole, more giganti, datteri freschi, castagne, corbezzoli, noci, rambutan e altri ancora, una sinfonia inesauribile di sapori freschi e delicati…

– Vieni a casa scema, cosa ci fai con questo vecchio! –

Giovanotto atletico, belloccio ben vestito, dallo sguardo stolido e notevolmente alterato. Beh essendo pensionato non sono di certo giovane, ma sentirsi appellare così, ad alta voce da un antipatico sconosciuto alticcio, in un ristorante alla moda pieno di gente, sicuramente mi irrita. Eppoi, occuparmi della faccenda, mi distoglie dal gelato che si sta sciogliendo.

– Miranda, tu vuoi uscire con questo signore? –

Domando alla mia compagna di tavolo facendo esplodere le escandescenze del presunto fidanzato che, si avventa su di me con fare minaccioso.

Una frazione di secondo e il suo braccio che si protendeva per colpirmi viene piegato dietro alla schiena in un angolo impossibile. Il tizio è steso pancia a terra con le ginocchia di Iris che gli imprigionano il collo. Il tavolino non si è neppure spostato.

Prendo con finta noncuranza un dattero ripieno e me lo ficco in bocca. Le gemelle hanno già asportato Tizio fuori dalla terrazza. Miranda non ha neppure visto quello che è successo, continua con le sue moine e poi finisce per addormentarsi con la testa sul tavolino.

Meglio così, io mi gusto tutti i fruttini. Mi alzo, pago, lascio baracca e burattini e Miranda. Prima di uscire passo davanti alla cucina a vista e mi congratulo con lo chef e il suo staff. Sorrisi e saluti, noi torniamo a casa per stanotte.

Sonno agitato, mi sogno di papi interdimensionali, che intessono rosari infiniti.

continua…

Il Viaggiatore – 10° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

Jorgo siede al banco e controlla la sala dietro un monumentale panino. Lo addenta solo quando le gemelle, che si nutrono solo di notte, sono sistemate strategicamente ai lati della sala con il loro infuso di erbe.

Beh! Sono venuto qua a fare il turista per cambiare aria da Milano e imparare qualcosa di più. Lo spumante delle cantine Loredan è meglio di tutti gli champagne che ho assaggiato in vita mia. Se non fosse per la spada di Damocle che pende sulla mia testa, potrei fare questa vita per un tempo indefinito.

Mi manca un po’ mia moglie, non tanto per il sesso, ormai è più un’amica che altro. Mi manca per la compagnia, le gite al mare, le cene con gli amici, le partite a burraco e le dispute sul telecomando del televisore. Chissà come starà, tutta sola, nella nostra grande casa piena di gatti.

Qui l’unico amico che ho è Arra, un’entità sovradimensionale i cui scopi sfuggono alla comprensione umana. Mi aiuta, m’informa, mi protegge, ma non divide il pranzo con me.

Questo è il punto, sono qui da solo. Le guardie del corpo stanno con me unicamente per lavoro. Quando voglio parlare con Arra in pubblico faccio finta di parlare nel mio com a bassa voce, non ho ancora imparato a vocalizzare senza emettere suoni intellegibili.

– Tu sai che esistono altri due come te in questa dimensione e sai anche dove sono?-

– Abbiamo la coscienza di tutti i nostri simili, incluso la loro posizione dimensionale e fisica esatta. 

– Allora anche loro sanno… dove siamo? –

– Non è una delle informazioni disponibili ai Viaggiatori. 

– E quali sarebbero disponibili? –

– Posso dirti che uno dei miei fratelli è su questo mondo da 2.030 anni ed è di solito inattivo. Al suo servizio hanno acceduto 267 viaggiatori. L’altro è qui da 562, ha servito un solo viaggiatore, sempre con moltissima attività. –

– Allora cosa sanno di me/te/noi ? –

– Sono comparso quattro giorni fa, sparito dieci minuti nello stesso tempo in cui sono entrati gli svizzeri in camera tua, ritornato, sparito per un giorno proprio quando ti hanno stordito al ristorante, poi tornato. Inoltre ho avuto una discreta attività. –

– Certo, visto da qualcuno che è qui da tutto questo tempo, deve sembrare un sacco strano. Devono avere un controllo del territorio efficientissimo se in un solo giorno sono arrivati fino a noi. Non potremmo comunicare loro che sono qui giusto di passaggio e aspetto appena il momento più opportuno per andarmene? –

– Pensi che sarebbe credibile? Pensi che non sia già successo milioni di volte? 

– Già devo convenire. –

Per distrarmi dagli oscuri pensieri ordino un dessert che ho visto passare prima. Una specie di montebianco con marron glacé, una crema bianca compatta a base di mandorle e panna, sormontata da un castello di cioccolato, delizioso.

Vedo sgranarsi gli occhi delle gemelle man mano che sparisce. Usciamo dal magnifico palazzo ed ho proprio bisogno di una passeggiatina.

Non ho bevuto il caffè perché voglio prenderlo in Piazza. Voglio vedere chi si è accaparrato il posto del Florian nella competizione che, nel mio mondo, vedeva trentaquattro caffè concorrenti nella stessa location, nel millesettecentoventi.

Comincia a piovere leggermente. Ines e Iris si ricoprono d’incanto di plastica trasparente. Jorgo cammina in mezzo alla strada come se fosse in pieno sole. Io mi proteggo passando rasente ai muri, col mio provvidenziale tricorno che mi protegge il capo. Passiamo sotto i portici e m’infilo dentro al caffè… Janni… proprio dove c’era il Florian.

I tavolini sono tutti pieni perché l’improvviso vento gelido ha fatto rientrare gli avventori seduti in piazza. Ne approfitto per andare prima in bagno. Questa volta entra prima Jorgo.

Guardo le stampe d’epoca appese nel corridoio e il ritratto del fondatore, tale Janni Scarin nato a Korcula, la città natale di Marco Polo.

Il caffè come lo fanno a Venetia è sempre il migliore del… dei mondi, soprattutto per le fritole con i pinoli e le spezie. Ricordo tanti anni fa, a Carnevale, i leggerissimi galani, simili a quelli che a Milano chiamiamo chiacchiere, anche se le nostre sono più pesanti.

Mentre aspetto in fila studio la gente che si gode la bellezza delle sale e sorbisce le aromatiche bevande. Una coppia di signore bellocce, sulla quarantina, sedute a un tavolo vicino, mi chiede informazioni. Sono Colombiane di Nova Pisa, vicina ai grandi laghi e saputo che sono anch’io un turista, m’invitano a sedere al loro tavolo.

Visto il mio posto in coda e l’acqua che viene giù a dirotto accetto di sedermi a patto però di offrire io la consumazione. Jorgo presidia l’ingresso e le sorelline sono invisibili da qualche parte, all’erta. Chiacchere superficiali che mi permettono comunque di imparare qualcosa di prima mano, come la leadership planetaria della Federazione Colombiana prima potenza mondiale e alleata storica dell’Italia.

Sì, sono un goloso e prendo un caffè con panna e mi portano anche un’alzata d’argento piena di… galani, anche se non è Carnevale sono di certo i dolci preferiti fin dal tempo dei Romani. Le signore che sono sorelle, ne fanno man bassa e io devo ordinarne un altro vassoio.

Dopo un’oretta di amabili chiacchiere smette di piovere lentamente il locale si svuota. Mi commiato dalle mie ospiti che non mancano di invitarmi a Nova Pisa, quando ci passerò. Mi danno una specie di biglietto da visita elettronico sottile, ma con la loro immagine in movimento e le coordinate GPS di casa. Esco anch’io nell’aria fattasi gelida e chiara. Torno in albergo.

Dovrei darmi da fare per andare in qualche modo all’attacco, ma non so da che parte incominciare. Non mi preoccupo tanto del primo dispositivo, lo chiamerò Uno. Il fatto che abbia cambiato mano mediamente ogni sette anni e che sia usato poco, mi fa pensare a qualcosa di rituale, come una setta o una congregazione di qualche tipo.

Due invece sembra in mano a un solo Viaggiatore, ma come è possibile che sia lo stesso da cinquecento anni. Forse è un gruppo, una dinastia che ne fa ampio uso da secoli per il potere? Oppure è al centro di una competizione tra molti per accaparrarsene i privilegi? Il fatto che mi abbiano cercato e quasi trovato subito, mi fa propendere di più sulla prima ipotesi.

Dovrei studiare la storia economica per capire se questo influsso interdimensionale nel millequattrocento quarantotto ha contribuito al successo di qualche dinastia in particolare. Sono completamente all’oscuro sui fatti storici di quel periodo.

continua…

Il Viaggiatore – 9° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini –

4° giorno giovedì 19 set

Ho dormito come un sasso questa notte. Arra ha preso informazioni nella rete della polizia per cercare cavalieri bianchi, affidabili da assumere come guardie personali. I cavalieri bianchi sono i nemici naturali dei mercenari svizzeri. Non eccellono in cattiverie di attacco, ma sono dei difensori abilissimi.

Li vedo dopo colazione e ne scegliamo tre, in verità li ha scelti Arra, due gemelle e un uomo. Non distinguerò mai Iris da Ines tanto sono uguali, si muovono elasticamente quasi saltellando, praticamente all’unisono, sembrano addirittura telepatiche.

Jorgo sembra armeno, massiccio e nello stesso tempo agile è anche uno specialista di sistemi informatici. Ora è meglio che cambiamo aria, mi suggerisce Arra dal suo nascondiglio di pelle sotto la mia camicia.

Ho guardato le fotografie recenti di molte città, in biblioteca e l’unica che mi pare perlomeno simile a quella di casa mia è Venezia, qui Venetia. Ho sempre avuto un senso di intimità con Venezia, dove avevo svolto il servizio militare, l’ho sempre sentita quasi casa mia. Prendiamo il monorail e in quaranta minuti siamo a destinazione.

L’ho intravista mentre il treno rallentava. La città è vastissima, occupa tutta la laguna, in concreto fino a Chioggia. Il porto di Marghera è tutto acciaio e cristallo, la ricchezza traspare dalle sue strutture. Altro che zona industriale inquinata.

Le famiglie venetiane che ancora regnano nella zona hanno tenuto lontano l’inquinamento, in pratica relegato ai paesi produttori di materie prime. Qui solo commerci, scambi, ricerca. L’università Ca’ Venier ospita cinquantamila studenti da tutto il mondo. La stazione è in pieno centro, in riva al Canal Grande.

L’acqua del canale è limpida, quasi come quella dei finti canali di Venezia che nel mio mondo avevano ricostruito a Las Vegas. I palazzi sono più o meno come quelli che mi ricordo, almeno in centro. L’atmosfera della città mi corrobora e la sento molto vicina.

Il fatto che ora ci veda benissimo mi fa notare un sacco di particolari curiosi, che non so neppure se siano nuovi o nuovi solo per me. Prendiamo un taxi scafo elettrico e andiamo in piazza S. Marco. All’albergo prendiamo una suite, ci sistemiamo e poi, con l’allegra compagnia, vado a passeggio per le calli.

Jorgo qualche metro dietro a me guarda le spalle. Le due gemelle sembrano danzarmi intorno, scivolando accanto ai numerosi passanti che affollano le stradine. Arra controlla l’etere per la possibilità, seppur remota, che gli svizzeri o altri usino i loro com per coordinarsi.

Ogni tanto mi fermo a guardare le vetrine, poi mi faccio attirare da un piccolo locale dove mi siedo con un’ombra de vin bianco secco e degli stuzzichini appetitosi e piccanti. Bell’usanza in tutte le dimensioni 😉

Faccio una delle cose che mi diverte di più, guardo la gente che passa. Immagino dove vanno e perché così di corsa. Oppure guardo i loro vestiti e i loro sacchetti colorati.

Oggi fa freschino e dati i rari abitanti della mia testa, mi sono comprato un cappello a tricorno, di feltro nero, che qui va di moda da secoli. Certo se mi guardo da fuori devo dire che in soli tre giorni non mi riconosco più. Sembro un damerino. Le guardie del corpo sono invisibili ai più, ma con Arra contribuiscono a creare un’aura di tranquillità intorno a me.

sospetto a ore dieci.

Come non detto, sono comunque in una situazione di pericolo e l’adrenalina riparte. Le gemelle danzano nella direzione indicata…

falso allarme

Loro non possono rilassarsi mai o quasi. Meglio muoversi. Seguo il flusso dei passanti e mi trovo davanti un campo con un edificio nuovo, tutto a specchi che si integra perfettamente riflettendo parti degli altri edifici dello slargo. E’ uno spettacolo superbo, entro e scopro che è un museo costruito sul retro di Cà Loredan, lo stesso palazzo che fu venduto ai Vendramin nella mia Venezia.

Anche l’interno è pieno di specchi che moltiplicano l’immagine dei visitatori, insieme a scorci riflessi degli affreschi del Giorgione. Immagini olografiche tridimensionali di personaggi, in costume rinascimentale, camminano tra il folto pubblico come fantasmi, recitando la loro eterna commedia.

La mia scorta pare disorientata da tutte queste immagini che si sovrappongono, ma così sarebbe per chiunque altro. Finiamo nel caffè all’ultimo piano che offre una splendida vista sulla città. Jorgo presidia già un tavolo per me vicino alla parete di cristallo.

La granseola semplicemente bollita e condita con un filo di olio extravergine è anche qui il piatto superbo che pure gli orientali e i Colombiani, hanno imparato ad amare.

continua…