Il Viaggiatore – 2° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Guarda che tipi s’incontrano oggi, sarà meglio tornare alle vecchie abitudini e non dare confidenza ai tipi strani. Effettivamente il sole sembra più caldo. Respiro profondamente allargando le braccia ad occhi chiusi. Ok, torniamo a casa a guardare la posta elettronica.

Attraverso la strada silenziosa… silenziosa? Dove sono finite le macchine? Ho sempre portato gli occhiali e la mia visione reale del mondo è limitata a pochi metri, ma le ombre più distanti mi sembrano molto più alte. E l’aria è così sottile, come nelle giornate ventose d’inverno, tiepida però. Giro l’angolo e dopo pochi metri trovo un muro.

Mi giro perplesso, non sarò mica rincoglionito così di colpo, da non trovare la strada di casa. E’ così che si manifasta l’Alzheimer, senza preavvisi? Possibile che di colpo non riconosca neanche una delle vetrine della mia via? Vetrine? Qui c’è una superficie di materia dura ed elastica allo stesso tempo, sembra silicone indurito. Giallo a righe nere… Pericolo… un codice universale a ricordare i colori delle vespe, forse è meglio che mi tolga da qui. Non faccio nemmeno a tempo a voltarmi e un’apertura si spalanca mentre un grosso veicolo a strisce gialle e nere sfreccia fuori, passando a pochi centimetri dal mio piede che evita miracolosamente lo spiattellamento. Cosa mi succede, devo chiedere aiuto a qualcuno, devo farmi accompagnare a casa? Mi rivolgo ad una giovane donna vestita di viola con i capelli rasati:

– Scusa non ci vedo bene, dove siamo? –

– Scouzza sarai tu, vecchio scem –

E tira dritto lanciando improperi senza neanche darmi il tempo di ribattere. Cammino piano per qualche minuto con un lieve senso di stordimento, sul marciapiede alto. Provo con un altro passante, una donna con qualche anno in più e i capelli nerissimi e corti:

– Buongiorno, per piacere potrebbe dirmi in che via siamo? –

Mi guarda stralunata indicando una direzione con la mano e dice:

– Kastello –

In effetti, scorgo da lontano una sagoma nota, ma devo camminare ancora un bel mezzo chilometro prima di distinguere la torre del Castello Sforzesco e fa caldo. Toh! Non lo sapevo, hanno riempito di acqua il fossato. Così sta proprio bene, con le mura riflesse nell’acqua ferma. Come sono arrivato fino a qui? Sarà già la demenza senile o una forma di Alzheimer intermittente?

Vado dritto in via Dante e… c’è l’acqua. Alcuni battelli dalle forme moderne sono attraccati alle rive. Sembra Venezia… con palazzi di vetro però. Seguo come in tranche un gruppo di persone chiassose, eleganti, vestite di scuro. Non capisco una parola di quello che dicono, sembrano cinesi, però molto più alti. Entrano in un grande magazzino, scale mobili in tondo, senza gradini. Musica soffusa, elettronica penso, che imita un carillon. Si dirigono verso un banco di alluminio, trafficano un po’ e ciascuno ha in mano un bicchiere con qualcosa dentro. Vado anch’io al bancone. Il piano è uno schermo piatto che raffigura un’infinità di bottiglie e bicchieri decorati con frutta, gelati, ombrellini, ecc. L’avevo visto in un film, scorro le mie mani sul piano e le immagini si muovono in sincronia con le mie mosse.

rivela il sistema di addebito

Una voce suadente e strascicata scaturisce dal piano.

– Stavo solo guardando – Farfuglio…

accettiamo tutti i com, prego specificare

Tolgo le mani dallo schermo e quello zittisce. La rivelazione arriva e mi colpisce in modo quasi fisico, traballo e mi appoggio al tavolo.

A scuola un sacco di anni fa, durante le ore di lezione, per passare il tempo senza annoiarmi, leggevo romanzi di fantascienza. Se non sono rinscemito all’improvviso sono a Milano2 come diceva Marco, seppure quello era il suo nome. Milano2 di un universo parallelo. Cosa faccio ora? Mia moglie, la mia famiglia… gli amici… la casa ? Sul tavolo un foglio dimenticato cambia immagine appena lo tocco… solo i titoli niente testo… inaugurata la festa dei Navigli… la delegazione Mongo completa l’acquisto delle Aziende Energetiche Italiane… firmato il trattato a Florentia…

Devo ragionare alla svelta, devo tirare fuori quelle palle che ho lasciato addormentare. Che numero di piano aveva detto il sedicente Marco? In genere mi ricordo facilmente i numeri, 709 ma che lettera? T? mmm… prima aveva detto qualcos’altro… hex… ah si hex, esadecimale, allora non può essere T sarà D, 709D. Dovrei presentarmi alle autorità? E che storia racconto?

Devo trovare la biblioteca. Infilo la mano in tasca e trovo il maledetto amuleto scintillante di titanio o qualche altro cazzuto metallo prezioso. Lo scruto come se potessi vederne l’interno, ha una fila di sedici forellini su ogni facciata. Ognuno lampeggia con ritmi e colori differenti. Lo porto vicino alla bocca con circospezione e mormoro… Milano 709D. Niente. Forse lo devo dire più forte, mi guardo intorno e riprovo. Nulla. Un’idea… un’idea, una volta ne avevo un casino, provo a dire…

– Dove sta la biblioteca? –

Sento una vibrazione, quasi una voce che non viene da nessuna direzione, la sento risuonare dentro la mia testa.

esci e gira a sinistra

E’ il comunicatore, mi guida, ho chiesto e ha risposto. Esco più sollevato con il giaccone sul braccio. Nessuno nella strada ha il soprabito e Marco l’ha buttato via subito, nel cestino della spazzatura. Ma è mio, della mia dimensione, cosa ho d’altro? Il portafogli, le chiavi di casa, monetine, orologio, fazzoletto, una pila tascabile al litio modello C.S.I., l’iPhone. Lo accendo, aspetto la rotellina che gira, gira, gira, non trova nessun gestore. Non lo getto perché l’ho pagato un casino, solo per fare invidia agli amici, ma mi sento ancora più stupido.

Seguo le istruzioni del mio Com… come ha detto la voce del tavolo del bar? Accettiamo tutti i com. La prossima volta provo se questo è un com accettabile per pagare. Mi aspettavo che la biblioteca fosse un palazzo pieno di libri, invece è un sotterraneo con tavoli video. E’ semivuoto e nessuno mi chiede nulla. Mi siedo e scorro gli innumerevoli argomenti proposti senza trovarne uno che faccia al mio caso. Provo con la ricerca… ma qui non hanno Google? Sembra di no. Una parte del tavolo rappresenta una tastiera, strana, ha tutte le lettere, anzi di più e anche le sillabe più usuali. Faccio parecchi errori di digitazione, ma il tasto di ritorno è ben visibile. Compito

– Universi paralleli –

soggetto non trovato

– Fisica dimensionale –

soggetto non trovato

– Viaggi dimensionali –

soggetto non trovato

– mondi paralleli –

soggetto non trovato

– Comunicatore interdimensionale –

– Bingo! –

Dispositivo immaginario che consentirebbe il passaggio tra differenti piani dimensionali. Secondo le teorie di Paul Mharkovitz, esistono punti di risonanza tra detti presunti piani. L’eccitazione di un campo dinamico di sufficiente potenza, potrebbe consentire il passaggio da un piano all’altro. Il suddetto Paul Mharkovitz è tuttora ricercato per truffa e sottrazione di fondi ai danni dell’Università di Losanna. Chiunque avesse informazione sul soggetto è tenuto ad informare la Milizia. La documentazione riguardante le sue teorie ed esperimenti è stata sequestrata e considerata fuorilegge.

Mi guardo attorno affranto, ma comunque circospetto. Forse mi conviene alzarmi ed andarmene subito. Non sono mai stato paranoico, ma qui il mio istinto di sopravvivenza è sicuramente in stato di allerta. Esco velocemente e mi allontano di qualche isolato. Cerco i negozi, ma non vedo vetrine, ci sono poche scritte e tante immagini. Ci sono tante pareti di vetro e all’interno, schermi video sottilissimi e semitrasparenti, verticali e orizzontali come al bar.

Mi scappa tantissimo di orinare, stamattina ho preso la mia pillola per l’ipertensione… Dove lo trovo un cesso? I bar, non riesco a distinguerli, forse un albergo, i miei vestiti strani darebbero meno nell’occhio. Mi scappa già da un paio d’ore e ho fatto di tutto per trattenermi. Un dolore sordo e pungente al basso ventre, m’impedisce ormai di pensare. Come trovo un albergo in una città senza insegne scritte? Girovago come un disperato ancora per qualche minuto e poi succede l’irreparabile.

Mi piscio addosso, sorrido per la meravigliosa sensazione di liberazione, come un cretino, mentre procedo a piccoli passi per non farmi vedere. I miei liquidi scivolano caldi all’interno delle gambe e poco dopo… freddo, bagnato, puzzolente, vergognoso. Non mi era più successo dai tempi della culla. E pensare che a Milano 709D stamattina, non avevo idea di cosa fare oggi. Indosso il giaccone per coprire, almeno visivamente, le appariscenti macchie umide. Per prima cosa ho bisogno di cambiarmi.

continua…

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Il Viaggiatore – 1° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

La fortuna aiuta le menti preparate

martedì 16 nov

– Se mi paghi da bere ti racconto una storia… –

Non mi piacciono quelli che chiedono la carità, i postulanti e gli ubriachi men che meno. In vita mia non ho mai passato il segno e i deboli mi fanno magari pena, ma cerco di evitarli. E poi questo ha un accento strano. Ho un sacco di roba da fare oggi. Cancello la sua immagine e mi prendo il mio cappuccino Illy, con cacao e un kipfer alla crema. Eppure stamattina, mentre sciacquetto in bocca il cappuccino, realizzo che qualcosa è cambiato. Mi rendo conto di colpo che in realtà, non avrei proprio nulla da fare. Le cose urgenti sono per domani. Chissà che urgenza poi, devo andare dal medico di famiglia per farmi prescrivere le pastiglie per l’ipertensione. Poi devo andare all’INPS per rivedere il calcolo della pensione, come se potesse cambiare. Devo pagare la trentaduesima rata della macchina, di solito parcheggiata sul marciapiede sterrato. Beh posso anche offrire da bere a quel tizio. Gli apro la porta e dico:

– Allora cosa prende? –

– Non qui in pasticceria. –

Dice lui, questo negozio non è di suo gradimento?

– Andiamo alla privativa dell’ARCI nella prossima via, costa meno e ci si siede al caldo. –

Cammino quattro passi dietro a lui, giro l’angolo e entriamo nel primo portone. Dentro il cortile, tipico della vecchia Milano, una vetrina a quadrettoni di vetro, ormai resi opachi da migliaia di pulizie sommarie, ci accoglie. Puzza di vino e di fumo stantio, un vecchio biliardo Hermelin in fondo alla sala, tanti tavolini quadrati, ma è caldo e tranquillo. I vecchietti che giocano a carte arriveranno dopo. Dopo la visita dal dottore della mutua. Dopo l’aver pagato la bolletta del gas. Dopo aver portato a casa la spesa fatta al mercato rionale.

– Io mi chiamo Marco e tu? –

Fa come fosse il padrone di casa, si toglie un giaccone consunto e spadellato, un Barbour come il mio. Sotto indossa una giacca di velluto a coste verdone, frusta e sdrucita dall’aria vagamente familiare, che in altri tempi doveva aver fatto bella figura nelle vetrine di Corso Vercelli. Mi porge la mano, asciutta e ferma e fa… fa anche il saluto massone. Io non sono massone ma Aldo, un vecchio amico me lo aveva insegnato tanti anni fa. Io lo faccio sempre, automaticamente ed ogni tanto scopro qualche “fratello” .

– Anch’io mi chiamo Marco. –

– Già –

Risponde sottovoce.

– Non per farmi gli affari tuoi, ma quanto pesi? –

Certo ‘sto tipo è proprio fuori, stiamo al gioco.

– Centodieci chili. –

– Ottimo. –

E ordina verso il bar un fernet Branca, a quest’ora è roba da alcolizzati, ma mi sembra sobrio, io prendo un caffè. Si siede ripiegando il giaccone sulla sedia accanto. Un cameriere con i capelli riportati ci serve in silenzio. Chiedo un po’ di latte a parte e mentre il cameriere si allontana, con aria misteriosa e guardandosi in giro mi fa…:

– Vengo da un altro mondo. –

Mi sibila Marco dall’altra parte del tavolino. Si buonanotte, non sarà ubriaco ma è matto di sicuro. Mi viene da alzarmi, poi noto che ha in mano un piccolo aggeggio, sembra un coltellino di acciaio inossidabile, ma più largo. Lo posa sul tavolino con cautela.

– Prendilo, guardalo. –

Mi dice. Lo raccolgo è massiccio, pesante, non vedo nessuna fessura, sembra tra titanio e platino. è più caldo della mia mano, ha una fila di forellini minuscoli che emettono raggi di luce multicolori. Non ho mai visto dei led così piccoli e così luminosi, se sono led… sembrano quasi microscopici laser Sotto la fila di lucine sei simboli, incisi nel metallo come fossero dei caratteri incomprensibili.

– Che cos’è? –

Sono veramente incuriosito.

– Questo è un comunicatore. –

Sono un fanatico dei gadget tecnologici ma, telefonini così piccoli ne ho visti solo in fotografia, penso prototipi unici, in internet. Alcuni laboratori si specializzano in micro-macchine che realizzano in pochissimi esemplari supercostosi per le fiere di settore. Apprezzo la finitura raffinata, opaca da una parte e liscissima dall’altra, di questo gioiello di micro fattura. Mi complimento per la squisita fattura dell’oggetto e Marco aggiunge:

– Se vuoi viaggiare tra i mondi, se ne vuoi davvero uno anche tu, devi venire con me. –

La cosa si fa complicata, ma l’aggeggino che tengo tra le dita e non so nemmeno cosa sia, ha già suscitato la mia cupidigia. Oggi è proprio un giorno fuori dell’ordinario. Marco ingolla il suo fernet, si rimette il soprabito e fa cenno di uscire. Io sono ancora seduto, con la tazzina mezza piena in una mano ed il “comunicatore” nell’altra. Il mio pollice continua a strofinarne la superficie liscia, quasi fosse un ipnoglifo. Poso la tazzina bruscamente e qualche goccia schizza sul tavolino di formica. Mi alzo alla svelta, farfugliando scuse per il caffè versato, pago e seguo precipitosamente il mio anfitrione che già trotta una diecina di metri avanti a me. Attraversa la strada e si avvia in una stradina del parco. Un pallido sole campeggia tra i rami spogli e Marco si siede sulla prima panchina.

– Dammi il comunicatore e siediti, qui. –

Quasi non riesco a staccarmelo dal dito e lui mi fa.

– Allora, come ti ho detto prima, se ne vuoi avere uno anche tu, devi fidarti e venire con me. –

– Venire dove, a fare che cosa?-

Rispondo, sempre sospettoso.

– A Milano2, a casa mia. –

Milano due è lontanino, in pratica Segrate, ma lì le case una volta erano di lusso. Poi cosa ho da fare oggi?

– Andiamo. –

Marco prende il comunicatore lo porta con rispetto alla bocca e dice distintamente.

– Milano2 –

Mi viene da ridere, ma mi viene anche un capogiro. Mi sembra pure di avere più caldo. Marco si toglie il Barbour e fa:

– Qui siamo indietro di due mesi, puoi toglierti il soprabito. –

Lo guardo inebetito e lui si mette a ridere.

– Benvenuto a Milano2 o AE31 come preferisci. Io sono finalmente tornato a casa, tienilo tu questo gioiello, il comunicatore interdimensionale, ci rinuncio adesso è tuo. –

E me lo piazza in mano.

– E grazie per il fernet. –

Fa una palla del giaccone e lo getta in un cestino dei rifiuti che lo risucchia rumorosamente, mentre s’incammina.

– Cosa… come… dove vai?… –

E la voce mi svanisce in un sussurro. Ritorna sui suoi passi come a ricordare qualcosa e mi fa:

– Beh, il numero del tuo piano te lo devo. La tua Milano è al piano hex 709D. Vai in una biblioteca pubblica e impara a usare il comunicatore, tienilo caro, ti sarà prezioso. Buona fortuna… ah no, da voi porta sfiga, si dice in bocca al lupo addio. –

– Crepi –

Sussurro meccanicamente, mi risiedo sulla panchina e mi gratto la testa.

continua…

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