Il Viaggiatore – 6° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

2° giorno martedì 17 set in AE31 (mercoledì 17 nov in 709D)

Mi sveglio che il sole è già alto e mentre mi faccio la barba, con uno strano rasoio elettrico senza rumore, preparo un piano d’azione. Ho bisogno delle mie pillole per la pressione alta, altrimenti prima o poi, mi scoppierà la testa. Non ho la minima idea di come fare a procurarmele.

Ho bisogno anche di un altro com per pagare i conti. Non posso continuare ad esibire Arra ogni volta che mangio una pizza, poi ho bisogno di un’identità locale, documenti o quello che usano qui. Nel frattempo devo dare meno possibile nell’occhio. Anche se i mercenari svizzeri o chissà chi altro mi stanno già cercando.

Arra m’informa che l’identità è provata dal com, che porta all’interno una specie di codice fiscale univoco, al quale si legano tutti i dati relativi ad una persona. Allora che identità ho usato fino ad ora? Tutte e nessuna, Arra usa identità e conti di tutta la razza umana, comprese le istituzioni e i servizi segreti di tutti i paesi. Ogni volta utilizza l’identità più consona al momento e alle attività del viaggiatore che sta servendo. Ci credo che qualcuno voglia approfittare di tutto questo ben di Dio.

Esco dall’albergo cercando di farmi notare il meno possibile e su consiglio di Arra andiamo a comprare un altro com. Entriamo da un gioielliere e scelgo l’apparecchio più simile possibile all’originale.

Pesante però, è in platino, più piccolo, con una fila di dodici diamanti colorati. Per funzionare ha bisogno di un chip univoco, sintonizzato sulle onde cerebrali del possessore, come fosse una delle nostre SIM e questo è rilasciato solo da un ufficio governativo. Arra crea facilmente un dossier nel sistema centrale ed uno sportello automatico mi rilascia chip e identità.

Ora sono Marco de Salis, ricco pensionato di Bononia in Colombia, che vive di rendita, dopo aver venduto una fiorente attività di commercio alimentare. Le guardie svizzere continueranno a cercarmi e alla fine sicuramente si rifaranno vive. Più che nascondermi devo depistare.

Scelgo un albergo meno caro, mi faccio un guardaroba girando parecchi negozi diversi e cerco di imparare più alla svelta che posso. Nei pagamenti ostento sempre il mio nuovo aggeggio di platino, anche se molte transazioni sono eseguite segretamente da Arra.

Ho chiesto ai passanti per strada di indicarmi una farmacia e mi hanno guardato come se fossi stupido. Allora ho cominciato a chiedere di indicarmi uno studio medico, stesso risultato, finché una signora più gentile non mi ha detto di chiamare il mio servizio di zona.

Per oggi ci rinuncio. Ho scoperto pure che la Svizzera non è nell’Unione delle Signorie Europee. E’ un paese di spie e mercenari che, non avendo risorse locali, si è specializzata nei secoli a fornire servizi segreti, droghe e apparecchiature proibite nel resto dei paesi civili. Averne una squadra alle calcagna non è augurabile per nessuno.

In Italia il potere è gestito da una monarchia costituzionale. La dinastia regnante è ancora quella dei Medici da cinque secoli. Una pletora di nobili siede al Senato e non ha ufficialmente poteri ma soldi tanti. E come sappiamo tutti dai tempi di scuola, sono quelli che comandano il mondo. E così passo la giornata evitando le strade principali.

Oggi ho mangiato solo un panino, caldo delizioso, con prosciutto affumicato della Foresta Nera, formaggio morbido delle Alpi occidentali e paté di fegato. Quasi come quello che facevano in Via Quadronno nella mia Milano. Mi sembra straordinario che le preparazione gastronomiche cambino così poco rispetto agli altri fattori.

Stasera sono a cena nel ristorante più rinomato di Milano, Giulio e Giulia, all’ultimo piano di un albergo vicino al Terminal. Prima di salire al ristorante vado diritto al banco che sembra quello del Concierge e chiedo se possono procurarmi le pillole per l’ipertensione che ho dimenticato. L’incaricato mi chiede il numero di stanza, ma io non dormo qui, vado solo al ristorante. Il servizio è solo per i clienti. Okkey.

Ho sistemato Arra in un sacchetto di pelle che porto al collo sotto la camicia. Cacciagione in tutte le salse possibili: beccacce, colombacci, quaglie, pernici, tordi e fringuelli, come quelli che mi faceva spennare mio zio quando ero piccolo. Mamma che scorpacciata, mi sa che stanotte avrò bisogno di bicarbonato interdimensionale. Ordino un caffè di alta montagna e mi reco al bagno per espletare.

Mi sveglio con un mal di testa lancinante, sdraiato per terra, sorretto da due camerieri che mi hanno soccorso in bagno. Qualcuno mi ha colpito in testa, vedo annebbiato, mi viene da vomitare, mi aiutano a ripulirmi alla meglio e mi accompagnano in una stanza dell’albergo sottostante.

Mi sveglio di soprassalto con un rigurgito acido, dove è finito Arra? La camicia è strappata, il sacchetto di pelle è vuoto. E’ notte fonda, ma salgo all’ultimo piano per cercare di entrare nei bagni del ristorante. Porte chiuse, sono quasi disperato.

Quasi perché la speranza che il mio “trucco” abbia funzionato non è ancora persa. Torno in camera e chiedo un antiacido al servizio notturno, ora sono un cliente che dorme qui. Aspetterò con pazienza che l’indomani riapra il ristorante. Nonostante malori e stanchezza non riesco a prendere sonno. Il cervello elucubra mille possibilità, molte delle quali ripetitive e senza senso, ma non posso evitarlo.

Non ho ancora pensato, veramente, di rimanere qui bloccato anche se, come mi ha raccontato Arra, Marco ci ha messo dieci anni per ritornare a casa. Certo se tutti i giorni devo sventare un raggiro o un attacco come ieri e oggi il mio soggiorno qui non sarà così piacevole.

continua…

Il Profumo del panettone


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Il profumo del panettone è l’unica cosa che mi piace del Natale. Mi piace sentirlo per strada quando il pasticcere di via Pacini lo sta sfornando. Nell’aria umida di nebbia, stagna intorno a tutto l’isolato come se ci fosse una barriera fisica a contenerlo. E’ un profumo impossibile da ignorare, quando scendo alla stazione di Lambrate e cammino verso il centro. Lo pregusto ancor prima di attraversare la strada. Quel misto dolce che ricorda canditi e sultanina e uova fresche e lievito. Il calore del termosifone, dove la mia pseudo nonna lo metteva a scaldare per smollare il burro, diceva così, favoriva lo sprigionarsi del “mio” profumo Natalizio. E’ diventato costoso però, tanti anni fa ne acquistai uno e lo pagai come si dice qui “profumatamente”. Per farlo artigianalmente occorrono ben sette lievitazioni e solo pasta madre biologica. Non so se quest’anno me lo potrò permettere.

Motta Panettone

Non capisco proprio cosa abbia la gente per essere felice in questo periodo dell’anno. Quando la popolazione era prevalentemente contadina il Natale, non era molto più che il solstizio d’inverno. Segnava solo, con un rito pagano, la consapevolezza del lento riallungarsi delle giornate. I lavoratori con la tredicesima decurtata (noi precari o extra non sappiamo nemmeno come sia fatta) si ripagano a malapena i debiti dei mesi precedenti. Ho letto sul giornale gratuito in stazione, che negli USA noleggiano pure i giocattoli da mettere sotto l’albero e bisogna restituirli entro febbraio. Certo per i bambini organici è più difficile, sono stati abituati da troppo tempo a videogiochi e telefonini. Ora che bisogna tirare la cinghia chi gli racconta la storiella dei regali utili? Una volta insieme al profumo del panettone si sentiva il suono allegro degli zampognari. Mi ricordava le risonanze della mia casa primeva. Ora tutte quelle musichette elettroniche, quei jingle bell da suoneria telefonica mi danno la nausea sonica. Preferisco starmene in casa col mio vecchio giradischi.

Stamane al supermercato conteggiavo mentalmente la mia spesa mentre la cassiera, nella sua orribile divisa, passava i miei acquisti allo scanner. Non avete mai notato quanto siano orrende e insignificanti le divise delle cassiere? Rosino a quadrettini o verdolino color cesso degli anni ’60. Bah! Tre pacchi di pasta Barilla scontata al prezzo di due, i miei preferiti sono i Garofalo, ma questo mese ho già speso troppo. Sei uova, un chilo di sale, un chilo di farina, tre scatolette piccole di tonno in offerta speciale, un sacchetto di mele piccole, una retina di patate… fanno otto e novanta, euro… i miei fondi non sono illimitati… La cassiera, che speravo muta, alla fine del conteggio si rivolge a me in un tono che trovo sorprendentemente cordiale distogliendomi dalle mie oscure elucubrazioni:

– Lo vuole il panettone per novanta centesimi? –

– Comeee?-

Dico io preso in contropiede.

– Ho detto se vuole il panettone per novanta centesimi, è una promozione…-

Un rapido ragionamento sulla crisi e sulla mia situazione finanziaria mi fanno approvare la spesa supplementare. Come faranno a venderlo così a basso prezzo non capisco, è pure Motta, un paio di cicli fa era una marca famosa. I panettoni a Milano erano o Motta o Alemagna. I fan avevano una distribuzione geografica precisa a Nord Alemagna, a sud Motta intorno ai rispettivi stabilimenti di produzione. Soppesandolo nella sua confezione azzurra dorata, stimo che sia meno di un chilo, ci sarà scritto da qualche parte ci guarderò dopo.

Abito in una di quelle case dei ferrovieri costruite negli anni venti, con un giardinetto sul retro. L’ho ereditato da nonna. La mia precaria situazione economica non era prevista e la povertà di mezzi ha limitato lo svolgimento del mio incarico. Non ho mai lavorato e non era previsto che lo facessi. La mia specializzazione è la linguistica. Il mio dovere era solo quello di raccogliere informazioni. Avrei dovuto vivere sfruttando la mia scorta di metalli preziosi, ma il rame che da noi è il top, qui viene usato per far passare l’elettricità. E lo scandio non viene neppure valutato. Errore di traduzione o di calcolo, non certo mio. La vicina sulla destra mi fa un cenno di riconoscimento scorbutico, ma almeno quella saluta. Quella che sta dall’altra parte protesta sempre e solo, che la mia edera le invade la facciata e io ormai ne ho soppresso anche la visione.

gatto neroMi chino a carezzare il micio che mi cammina sempre trai piedi quando ha finito i croccantini. Forse perchè si diverte a vedermi incespicare. Prendo il mio panettone nuovo e lo annuso, il mio olfatto è come quello del gatto. Al supermercato non avevo osato farlo in mezzo alla gente. Odora solo di cartone, con un vago lontano sentore di detersivo, come il supermercato del resto. Cosa mi aspettassi non so, è sigillato. La mia memoria olfattiva collegata direttamente con l’ipotalamo già prefigurava il festino? Domani sarà Natale.

Mio fratello di sangue è incasinato in Africa e sta peggio di me. Il mio contatto non si vede più da una decade. Anche se non ho nessun amico sul pianeta, almeno stasera mi preparo il cenone di magro come vuole la tradizione locale. Faccio cuocere due patate e le schiaccio con la forchetta insieme al tonno di una scatoletta, olio di girasole trasparente compreso. Aggiungo un’acciuga salata spappolata bene e una diecina di capperi che mi ha portato un messaggero dalla Sicilia. Scolpisco il mio finto pesce simulando le scaglie premendo il composto gialliccio con il cucchiaino. Disegno la coda e le pinne con i rebbi della forchetta, una bocca sorridente e un cappero per occhio.

tonno fintoIl mio finto pesce per secondo è pronto e lo metto al centro della tavola. Non l’avevo mai preparato prima e mi sono ispirato ad una ricetta trovata su di un giornale ingiallito trovato in cantina. Di primo mi farò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino così risparmio il formaggio grattugiato per la pasta di domani.

La pasta è stata l’esperienza più importante della mia missione. Piccante come la preparo io non la fa nessuno in tutta la galassia. Per dessert volevo farmi le mele fritte in pastella, ma il panettone ha sconvolto i miei piani. L’ho piazzato sulla destra del tavolo nella sua bella confezione blu. Cenerò tardi adeguandomi agli usi regionali e mentre aspetto ascolto le notizie alla radio.

Per paura che qualcuno entrasse in casa a scoprire i fatti miei, avevo bruciato il televisore della nonna. Successe quando si presentò un ispettore della RAI alla mia vicina per pretendere dieci anni di tasse arretrate. Aveva suonato anche a me, ma io non avevo aperto. Nessuna novità, nessun avvistamento. Son passati quasi dieci cicli di raccolta di dati e ho quasi perso la speranza. Il radiogiornale ripete mille volte i particolari dibattuti sulla riduzione delle pensioni, per far ripartire l’economia stagnante. Mi sembra impossibile che gli Italiani non capiscano che l’unica soluzione per il loro sistema economico bizantino sia quello di smettere di spendere i soldi che non hanno. Avevo scelto l’Italia perchè sul manuale era indicato come il paese dove era più facile passare inosservati, ma non avrei mai pensato di riuscire a mimetizzarmi in modo così efficace. Ero nascosto così bene che forse nessun fratello mi avrebbe mai più trovato.

Metto a bollire l’acqua per la pasta, una manciata di cloruro di sodio e dodici minuti di cottura come spiega la confezione. Ogni volta che faccio gli spaghetti aio oio e peperoncino li assaporo lentamente, masticandoli piano e lasciando sprigionare tutta la forza dei profumi intrappolati. L’aria che passa dalla bocca al naso moltiplica la sensazione. Ogni volta li gusto come se fosse l’ultima. Affronto il mio “pesce povero” come intitolava la ricetta del 1943. Non male, anche se era progettata per riempire lo stomaco, la miscela è apprezzabile. Avrei dovuto tenerlo in caldo, tiepido sarebbe stato meglio. Scarto il panettone dal fondo. All’apertura del sacchetto il profumo mi colpisce, è fresco. E’ lo stesso profumo che usciva dal laboratorio di pasticceria. Non mi sbaglio mai sugli odori. Chissà se l’artigiano li faceva proprio lui o li comperava allo spaccio della fabbrica…

Me ne taglio una fettona e mentre addento il primo boccone, suonano alla porta.

E’ mio fratello di sangue, con un grande sorriso mi abbraccia e mi dice:

– E’ finita torniamo a casa, sono venuti a prenderci. La finestra si apre a mezzanotte, prendi solo il cubo memoria, hai già deciso se voterai per invadere il pianeta? –

Abbranco il panettone rimasto e penso che ne varrebbe la pena.

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