Il Viaggiatore – 19° Puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

– L’enorme metropoli di Roma mi appare in tutta la sua grandezza dal finestrino dello strato jet privato con lo stemma delle croce che ci sta portando a destinazione.

Jorgo mi spiega che le punte, crociate a loro volta, della croce simbolizzano gli otto culmini del coraggio. Era il simbolo della Repubblica marinara di Amalfi.

Uno steward silenzioso mi serve delle tartine di salmone selvaggio, accompagnate da uno spumante lombardo, forse anche migliore del Loredan veneziano che avevo già gustato.

Deve averne una scorta inesauribile. Ne ho già consumato sei piattini e sono prossimo al limite di capacità umana. Se era solo un aperitivo forse ne ho abusato.

Ormai mi sto abituando a fare il riccone. Arriviamo in un aeroporto privato con una pista cortissima. L’aereo atterra in verticale.

Inservienti silenziosi si occupano del nostro magro bagaglio. La fortezza sorge sul cocuzzolo di una montagna, un monastero dell’anno mille, mi ragguaglia Jorgo.

Saliamo con un’auto elettrica direttamente in un cortile interno del forte. Un guazzabuglio di antenne di tutte le forme sovrasta le due torri più alte. Mi sistemano in una suite, grande il triplo del mio bel loft di Milano … 709D.

Boiserie di noce fino al soffitto, un enorme focolare con alari in grado di sopportare ceppi da un quintale. Gli armadi sono giganteschi, atti ad ospitare decine di passaggi segreti per ogni dove della fortificazione.

Il guardaroba è pieno di abiti grigio scuro della mia taglia e i cassetti della biancheria pure. Il castello sembra completamente autonomo ed impenetrabile a qualsiasi tipo di spionaggio umano ed elettronico.

Chiedo ad Arra conferma di quanto ho intuito e lui conferma, ponendo l’accento sul concetto di umano. Chiaramente un Viaggiatore come me, con l’aiuto suo, sarebbe in grado di superare senza problemi ogni tipo di barriera concepita da esseri umani.

Beh! È già qualcosa, ne deduco che per nuocermi deve venire o il papa Lorenzo VII in persona o il misterioso personaggio della più potente consorteria del mondo.

Mi avvisano che posso scendere per conoscere i Guardiani più influenti del mondo. Entro in un enorme spazio di tufo probabilmente un’antica sala del trono, illuminata da finestroni decorati a piombo.

Gruppi di persone disquisiscono animatamente. Fulco mi accoglie con le sue esili braccia aperte e mi presenta alcuni personaggi importanti di cui non ricorderò mai i nomi.

Suona un campanello argentino e tutti si dirigono verso una porta in fondo alla sala. E’ una specie di anfiteatro con un centinaio di posti e forse non basteranno per tutti. Il soffitto è a cupola, tutto affrescato con scene di caccia, i sedili sono grandi, scolpiti in legno massiccio e pelle rossa, un tantino scomodi.

Alcuni indossano una specie di tunica bianca con la croce di Malta sul petto e un cinturone intarsiato che regge una spada di altri tempi. Finiscono di sistemarsi e miracolo ci stanno tutti.

Su un lato della sala siedono quattro anziani e Fulco al centro. Mi fanno accomodare in uno scranno accanto a loro.

– Fratelli carissimi –

Esordisce il decano.

– Con grande dolore devo comunicarvi una triste notizia. Dopo numerosi secoli di sospetti, abbiamo oggi la certezza che i Papi e tutto l’apparato centrale di Roma, ci hanno tenuto nascosto un segreto in grado di distruggere tutto quello che ci hanno insegnato.

I tanto decantati miracoli nella lunga storia della nostra Madre Chiesa, sono il frutto di una tecnologia a noi aliena. Una tecnologia, talmente superiore alle nostre conoscenze, da rasentare quello che noi siamo stati indotti a credere opera divina… –

Un mormorio crescente percorre la sala, qualcuno protesta.

– Fratelli… vi prego… lasciatemi finire, so che il solo fatto di pensare a quello che comporta per tutti noi, per il Papato e per tutta la Chiesa vi possa sconvolgere, ma è purtroppo la verità. Ho visto con i miei occhi gli effetti di questo dispositivo… –

Altri mormorii.

– Fratelli! Un nostro Fratello venuto da molto lontano, possiede un altro esemplare di questo dispositivo, non so come chiamarlo, questo amuleto ed è qui per testimoniare quello che vi ho raccontato. Fratello Marco puoi venire qua accanto a me? –

Mi alzo in piedi e come d’accordo, comincio a levitare un paio di metri sopra lo scranno tenendo in mano il minuscolo, scintillante gioiello.

continua…

Il Viaggiatore – 6° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

2° giorno martedì 17 set in AE31 (mercoledì 17 nov in 709D)

Mi sveglio che il sole è già alto e mentre mi faccio la barba, con uno strano rasoio elettrico senza rumore, preparo un piano d’azione. Ho bisogno delle mie pillole per la pressione alta, altrimenti prima o poi, mi scoppierà la testa. Non ho la minima idea di come fare a procurarmele.

Ho bisogno anche di un altro com per pagare i conti. Non posso continuare ad esibire Arra ogni volta che mangio una pizza, poi ho bisogno di un’identità locale, documenti o quello che usano qui. Nel frattempo devo dare meno possibile nell’occhio. Anche se i mercenari svizzeri o chissà chi altro mi stanno già cercando.

Arra m’informa che l’identità è provata dal com, che porta all’interno una specie di codice fiscale univoco, al quale si legano tutti i dati relativi ad una persona. Allora che identità ho usato fino ad ora? Tutte e nessuna, Arra usa identità e conti di tutta la razza umana, comprese le istituzioni e i servizi segreti di tutti i paesi. Ogni volta utilizza l’identità più consona al momento e alle attività del viaggiatore che sta servendo. Ci credo che qualcuno voglia approfittare di tutto questo ben di Dio.

Esco dall’albergo cercando di farmi notare il meno possibile e su consiglio di Arra andiamo a comprare un altro com. Entriamo da un gioielliere e scelgo l’apparecchio più simile possibile all’originale.

Pesante però, è in platino, più piccolo, con una fila di dodici diamanti colorati. Per funzionare ha bisogno di un chip univoco, sintonizzato sulle onde cerebrali del possessore, come fosse una delle nostre SIM e questo è rilasciato solo da un ufficio governativo. Arra crea facilmente un dossier nel sistema centrale ed uno sportello automatico mi rilascia chip e identità.

Ora sono Marco de Salis, ricco pensionato di Bononia in Colombia, che vive di rendita, dopo aver venduto una fiorente attività di commercio alimentare. Le guardie svizzere continueranno a cercarmi e alla fine sicuramente si rifaranno vive. Più che nascondermi devo depistare.

Scelgo un albergo meno caro, mi faccio un guardaroba girando parecchi negozi diversi e cerco di imparare più alla svelta che posso. Nei pagamenti ostento sempre il mio nuovo aggeggio di platino, anche se molte transazioni sono eseguite segretamente da Arra.

Ho chiesto ai passanti per strada di indicarmi una farmacia e mi hanno guardato come se fossi stupido. Allora ho cominciato a chiedere di indicarmi uno studio medico, stesso risultato, finché una signora più gentile non mi ha detto di chiamare il mio servizio di zona.

Per oggi ci rinuncio. Ho scoperto pure che la Svizzera non è nell’Unione delle Signorie Europee. E’ un paese di spie e mercenari che, non avendo risorse locali, si è specializzata nei secoli a fornire servizi segreti, droghe e apparecchiature proibite nel resto dei paesi civili. Averne una squadra alle calcagna non è augurabile per nessuno.

In Italia il potere è gestito da una monarchia costituzionale. La dinastia regnante è ancora quella dei Medici da cinque secoli. Una pletora di nobili siede al Senato e non ha ufficialmente poteri ma soldi tanti. E come sappiamo tutti dai tempi di scuola, sono quelli che comandano il mondo. E così passo la giornata evitando le strade principali.

Oggi ho mangiato solo un panino, caldo delizioso, con prosciutto affumicato della Foresta Nera, formaggio morbido delle Alpi occidentali e paté di fegato. Quasi come quello che facevano in Via Quadronno nella mia Milano. Mi sembra straordinario che le preparazione gastronomiche cambino così poco rispetto agli altri fattori.

Stasera sono a cena nel ristorante più rinomato di Milano, Giulio e Giulia, all’ultimo piano di un albergo vicino al Terminal. Prima di salire al ristorante vado diritto al banco che sembra quello del Concierge e chiedo se possono procurarmi le pillole per l’ipertensione che ho dimenticato. L’incaricato mi chiede il numero di stanza, ma io non dormo qui, vado solo al ristorante. Il servizio è solo per i clienti. Okkey.

Ho sistemato Arra in un sacchetto di pelle che porto al collo sotto la camicia. Cacciagione in tutte le salse possibili: beccacce, colombacci, quaglie, pernici, tordi e fringuelli, come quelli che mi faceva spennare mio zio quando ero piccolo. Mamma che scorpacciata, mi sa che stanotte avrò bisogno di bicarbonato interdimensionale. Ordino un caffè di alta montagna e mi reco al bagno per espletare.

Mi sveglio con un mal di testa lancinante, sdraiato per terra, sorretto da due camerieri che mi hanno soccorso in bagno. Qualcuno mi ha colpito in testa, vedo annebbiato, mi viene da vomitare, mi aiutano a ripulirmi alla meglio e mi accompagnano in una stanza dell’albergo sottostante.

Mi sveglio di soprassalto con un rigurgito acido, dove è finito Arra? La camicia è strappata, il sacchetto di pelle è vuoto. E’ notte fonda, ma salgo all’ultimo piano per cercare di entrare nei bagni del ristorante. Porte chiuse, sono quasi disperato.

Quasi perché la speranza che il mio “trucco” abbia funzionato non è ancora persa. Torno in camera e chiedo un antiacido al servizio notturno, ora sono un cliente che dorme qui. Aspetterò con pazienza che l’indomani riapra il ristorante. Nonostante malori e stanchezza non riesco a prendere sonno. Il cervello elucubra mille possibilità, molte delle quali ripetitive e senza senso, ma non posso evitarlo.

Non ho ancora pensato, veramente, di rimanere qui bloccato anche se, come mi ha raccontato Arra, Marco ci ha messo dieci anni per ritornare a casa. Certo se tutti i giorni devo sventare un raggiro o un attacco come ieri e oggi il mio soggiorno qui non sarà così piacevole.

continua…

Il Viaggiatore – 3° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Quasi tutti gli uomini indossano una specie di giacchino sciancrato senza colletto, quattro tasche e pantaloni attillati. Entro in un negozio, magazzino? Guardo i modelli sui video e appoggio le mani sulla tavola. In mano ho però questa volta il mio… com… il tavolo tace, scelgo un modello di colore blu, carta da zucchero, camicia azzurra, doppia biancheria, calze e scarpe, una voce scaturisce dal piano.

il totale è 12,70 fiorini oro, procedere alla cabina di misurazione.

Fiorini? Non mi stupisco più di nulla, dove sarà la cabina? Cerco sulla parete in fondo, dietro alla tenda ci sono un paio di panche e una sola cabina, mi sembra. E’ una cabina tonda luminosa e semitrasparente, occupata da una giovane dai lineamenti banali. Quasi non li vedo perché è in sostanza nuda. Bel fisico, gira su se stessa con le braccia prima in alto e poi stese sui fianchi. Quando girando incontra il mio sguardo mi sorride. Io resto imbambolato con la bocca aperta e farfuglio qualcosa simile alle scuse, mentre mi ritiro oltre la tenda in attesa. Dopo qualche minuto in cui io girovago tra gli schermi tavolo, lei fa capolino con un vestito rosso fiammante. Mi sorride ancora ed esce. Beh almeno questa non m’insulta. Entro nella cabina e una voce elettronica mi fa:

è necessario spogliarsi prima di prendere le misure…

Esco mi levo giacca, pantaloni e camicia e rientro.

è necessario spogliarsi prima di prendere le misure… lasciare il com fuori della cabina…

Ripiego tutto accuratamente sulla panca, nascondo il mio com in una scarpa, è la cosa più preziosa che ho. Rientro nella cabina luminosa in calzini e mutande …bagnate, sono solo in un’altra dimensione. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere.

alzare le braccia

La piattaforma gira.

abbassare le braccia lungo i fianchi… misurazione terminata … può ritirare il suo completo farsetto, pantaloni e accessori, confezionati su misura fra un’ora.

Mi rivesto penosamente ed esco, faccio il giro dell’isolato. Non voglio farmi notare più del necessario intanto che aspetto. Ci sono un sacco di canali in questa Milano. Le auto sulla strada sono silenziose, penso siano elettriche, di due colori, la maggior parte gialle e poche bianche. Questo palazzo, con tutti questi cinesi che vanno e vengono con borse e sacchetti forse è un albergo, seguo il flusso ed entro. Sì dovrebbe essere un albergo o qualcosa di simile. All’interno in un corridoio s’intravvedono stanze/negozio piene di schermi video che mostrano gioielli. In fondo una porta si apre e vedo quello che cercavo spasmodicamente solo un’ora fa. La mia idea era giusta.

Mi piacerebbe anche sedermi sui divani dell’ingresso, ma con i pantaloni bagnati non sarebbe gradevole, né per me né per i divani. Con calma esco per far passare il tempo di consegna, è incredibile che siano appena le tre del pomeriggio. Intanto che aspetto cerco i posti dove la gente va a mangiare e ne scopro un paio di probabili. Uno con un’insegna che raffigura una melanzana e un peperone rosso, sarà un vegetariano piccante? L’altro una rassicurante pizza. Ah! Ce n’era anche uno con due pesci incrociati che non era un pescivendolo, ma era una cappella di non so quale religione. Ritiro la mia roba e torno all’albergo.

All’ingresso nessuna reception, solo l’onnipresente piano/schermo con le scelte video. Ho preso una camera che costa un fiorino al dì, pagato con il com. Salgo al quindicesimo. Vado subito in bagno, lascio cadere i vestiti sozzi per terra e mi fiondo nella doccia. E’ già la seconda doccia oggi, pensiero buffo. Ci passo almeno mezz’ora, ho la testa in subbuglio ma lascio con pazienza che l’acqua sciacqui via anche l’ultima umiliazione. Mi avvolgo nel bianco accappatoio di un tessuto assorbente a nido d’ape che non so riconoscere. Mi sdraio sul letto e faccio il punto. Prima i lati positivi. Sono tutto intero e ho vestiti nuovi, un mondo nuovo da esplorare, un conto spese apparentemente illimitato. In compenso non ho la minima idea di come tornare a casa, le informazioni sul mio “amuleto” e chi me le può dare sono fuorilegge, non ho idea da dove vengano i soldi per pagare i miei conti, non so come funziona questo mondo e ho fame.

Devo muovermi a piccoli passi, vestirmi e provare a farmi una pizza. Mi rimiro nel nuovo vestito. Mi sembro inconsueto, ma la giacca sciancrata mi dona. Le scarpe sono morbidissime, la camminata elastica. Memore di Marco faccio un pacco dei miei vestiti vecchi e li porto fuori con me. Mentre mi dirigo dal pizzaro, getto il mio pacco in un cestino della spazzatura pneumatico. Il locale è semivuoto, data l’ora. Entro e una cameriera in carne ed ossa mi chiede se voglio una delle pizze loro specialità, fiorentina, colombiana o milanese.

– Nnn… non c’e la napoletana? –

– Se proprio la preferisce la ordino subito, cosa beve bianco o rosso? –

– Stavo per dire birra ma, mormoro bianco. Mi siedo su di uno sgabello alto, parecchio scomodo. Volevo passare inosservato, ma noto che la cameriera confabula indicandomi con la testa, poi sorride. Mi rassicuro e guardo intorno. Il locale è pulito e profuma di pane appena cotto, lo stesso profumo che si sentiva fuori, forse marketing olfattivo per attirare i clienti. La mia ordinazione arriva veloce. Una bella pizza, alta quattro centimetri e larga venti, piena di formaggio fuso e ricoperta di fettine di patata, rucola, formaggio grattugiato, con fiocchetti di burro che stanno ancora finendo di sciogliersi. 😦 Faccio per protestare, ma qualcosa nel retro del cervello mi ferma.

– Non sarebbe nella lista, ma non essendo nell’ora di punta, il nostro pizzaiolo napoletano l’ha fatta apposta per lei. –

E mi lancia un sorriso. Attacco l’obbrobrio con un po’ di patema, ma il mio stomaco brontola. Non è male, sarà un mattone, ma tanto ho sempre avuto difficoltà a digerire la pizza. Sarei curioso di provare quella fiorentina… meglio un passo alla volta. Devo trovare un trattato di storia, finora non ho visto neanche un libro e un solo giornale in e-paper. Pizza e vino mi costano cinque pezzi che liquido appoggiando il mio com sulla piastra del negozio. Ci saranno le mance… boh?

Giro l’angolo e mi trovo in Piazza del Duomo. Mi fa un effetto strano, in piazza c’è l’acqua e un po’ di barche dalla forma insolita. Il Duomo stesso mi pare leggermente diverso da quello che conosco, non so, qualche statua in più o in meno. Metto una mano in tasca e richiedo al mio com le coordinate per la biblioteca. Non è la stessa di prima, ma sempre sottoterra. Qualche giovane in fondo alla sala fa casino e ridacchia. Mi siedo ad un tavolo con lo schermo di ricerca e scelgo storia. La Grecia, Giulio Cesare, Carlo Magno, Cristoforo Colombo… millequattrocentonovanta scoperta della Colombia… spedizione finanziata… da Lorenzo il Magnifico con due caracche… la Bianca e la Nannina… ecco dove c’è stato lo split… ecco perché la moneta è il fiorino. Allora gli spagnoli?

Salto le schermate per andare alla geografia politica… mi è subito evidente il nord Amer… no Colombia? E’ pieno di città dai nomi noti Genova, Novaroma, Florentia, Nova Pisa, Venetia, Augusta Bononia… resto di stucco. Sembra quasi una storiella inventata su misura per intrigarmi, ma sono qui in carne ed ossa. Gli inglesi e i francesi si dividono il freddo nord della Colombia settentrionale, Spagna e Portogallo il sud del continente. Venetia domina le coste slave fino alla Grecia e al mar Nero. Cina e India hanno i confini un poco diversi, ma sono sempre lì. Mancano all’appello un sacco di paesi e ce ne sono tanti altri nuovi, che tengo per quando avrò più tempo.

Questa deve essere una mania di noi Milanesi… Avere più tempo. Non ho più nessuna scadenza, almeno che io sappia, se non la rata mensile dell’automobile che non uso quasi mai, nella Milano 709D, ormai lontana chissà quanto. Anche mia moglie e i miei amici sono più lontani di un milione di anni luce. Cosa posso fare di più? Allora perché corro? Sarà perché la vita negli ultimi anni mi ha insegnato a fare così. “Early bird catch the worm”, dobbiamo sempre correre prima degli altri per prendere il vermetto al posto del nostro concorrente.

Già Orazio ci ammoniva di afferrare il giorno, di non perdere nemmeno una stilla di quanto il tempo ci regala. Allora il mio principio adesso potrebbe tornare ad essere il “Carpe Diem” che mi piaceva tanto? Deciso, farò così. Soddisfatto della mia risoluzione mi rilasso e mi appoggio al morbido schienale della poltroncina. Quello che ho imparato oggi mi basta, esco dal sotterraneo e ritorno in piazza, quella del Duomo naturalmente.

continua…

Il Viaggiatore – 2° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Guarda che tipi s’incontrano oggi, sarà meglio tornare alle vecchie abitudini e non dare confidenza ai tipi strani. Effettivamente il sole sembra più caldo. Respiro profondamente allargando le braccia ad occhi chiusi. Ok, torniamo a casa a guardare la posta elettronica.

Attraverso la strada silenziosa… silenziosa? Dove sono finite le macchine? Ho sempre portato gli occhiali e la mia visione reale del mondo è limitata a pochi metri, ma le ombre più distanti mi sembrano molto più alte. E l’aria è così sottile, come nelle giornate ventose d’inverno, tiepida però. Giro l’angolo e dopo pochi metri trovo un muro.

Mi giro perplesso, non sarò mica rincoglionito così di colpo, da non trovare la strada di casa. E’ così che si manifasta l’Alzheimer, senza preavvisi? Possibile che di colpo non riconosca neanche una delle vetrine della mia via? Vetrine? Qui c’è una superficie di materia dura ed elastica allo stesso tempo, sembra silicone indurito. Giallo a righe nere… Pericolo… un codice universale a ricordare i colori delle vespe, forse è meglio che mi tolga da qui. Non faccio nemmeno a tempo a voltarmi e un’apertura si spalanca mentre un grosso veicolo a strisce gialle e nere sfreccia fuori, passando a pochi centimetri dal mio piede che evita miracolosamente lo spiattellamento. Cosa mi succede, devo chiedere aiuto a qualcuno, devo farmi accompagnare a casa? Mi rivolgo ad una giovane donna vestita di viola con i capelli rasati:

– Scusa non ci vedo bene, dove siamo? –

– Scouzza sarai tu, vecchio scem –

E tira dritto lanciando improperi senza neanche darmi il tempo di ribattere. Cammino piano per qualche minuto con un lieve senso di stordimento, sul marciapiede alto. Provo con un altro passante, una donna con qualche anno in più e i capelli nerissimi e corti:

– Buongiorno, per piacere potrebbe dirmi in che via siamo? –

Mi guarda stralunata indicando una direzione con la mano e dice:

– Kastello –

In effetti, scorgo da lontano una sagoma nota, ma devo camminare ancora un bel mezzo chilometro prima di distinguere la torre del Castello Sforzesco e fa caldo. Toh! Non lo sapevo, hanno riempito di acqua il fossato. Così sta proprio bene, con le mura riflesse nell’acqua ferma. Come sono arrivato fino a qui? Sarà già la demenza senile o una forma di Alzheimer intermittente?

Vado dritto in via Dante e… c’è l’acqua. Alcuni battelli dalle forme moderne sono attraccati alle rive. Sembra Venezia… con palazzi di vetro però. Seguo come in tranche un gruppo di persone chiassose, eleganti, vestite di scuro. Non capisco una parola di quello che dicono, sembrano cinesi, però molto più alti. Entrano in un grande magazzino, scale mobili in tondo, senza gradini. Musica soffusa, elettronica penso, che imita un carillon. Si dirigono verso un banco di alluminio, trafficano un po’ e ciascuno ha in mano un bicchiere con qualcosa dentro. Vado anch’io al bancone. Il piano è uno schermo piatto che raffigura un’infinità di bottiglie e bicchieri decorati con frutta, gelati, ombrellini, ecc. L’avevo visto in un film, scorro le mie mani sul piano e le immagini si muovono in sincronia con le mie mosse.

rivela il sistema di addebito

Una voce suadente e strascicata scaturisce dal piano.

– Stavo solo guardando – Farfuglio…

accettiamo tutti i com, prego specificare

Tolgo le mani dallo schermo e quello zittisce. La rivelazione arriva e mi colpisce in modo quasi fisico, traballo e mi appoggio al tavolo.

A scuola un sacco di anni fa, durante le ore di lezione, per passare il tempo senza annoiarmi, leggevo romanzi di fantascienza. Se non sono rinscemito all’improvviso sono a Milano2 come diceva Marco, seppure quello era il suo nome. Milano2 di un universo parallelo. Cosa faccio ora? Mia moglie, la mia famiglia… gli amici… la casa ? Sul tavolo un foglio dimenticato cambia immagine appena lo tocco… solo i titoli niente testo… inaugurata la festa dei Navigli… la delegazione Mongo completa l’acquisto delle Aziende Energetiche Italiane… firmato il trattato a Florentia…

Devo ragionare alla svelta, devo tirare fuori quelle palle che ho lasciato addormentare. Che numero di piano aveva detto il sedicente Marco? In genere mi ricordo facilmente i numeri, 709 ma che lettera? T? mmm… prima aveva detto qualcos’altro… hex… ah si hex, esadecimale, allora non può essere T sarà D, 709D. Dovrei presentarmi alle autorità? E che storia racconto?

Devo trovare la biblioteca. Infilo la mano in tasca e trovo il maledetto amuleto scintillante di titanio o qualche altro cazzuto metallo prezioso. Lo scruto come se potessi vederne l’interno, ha una fila di sedici forellini su ogni facciata. Ognuno lampeggia con ritmi e colori differenti. Lo porto vicino alla bocca con circospezione e mormoro… Milano 709D. Niente. Forse lo devo dire più forte, mi guardo intorno e riprovo. Nulla. Un’idea… un’idea, una volta ne avevo un casino, provo a dire…

– Dove sta la biblioteca? –

Sento una vibrazione, quasi una voce che non viene da nessuna direzione, la sento risuonare dentro la mia testa.

esci e gira a sinistra

E’ il comunicatore, mi guida, ho chiesto e ha risposto. Esco più sollevato con il giaccone sul braccio. Nessuno nella strada ha il soprabito e Marco l’ha buttato via subito, nel cestino della spazzatura. Ma è mio, della mia dimensione, cosa ho d’altro? Il portafogli, le chiavi di casa, monetine, orologio, fazzoletto, una pila tascabile al litio modello C.S.I., l’iPhone. Lo accendo, aspetto la rotellina che gira, gira, gira, non trova nessun gestore. Non lo getto perché l’ho pagato un casino, solo per fare invidia agli amici, ma mi sento ancora più stupido.

Seguo le istruzioni del mio Com… come ha detto la voce del tavolo del bar? Accettiamo tutti i com. La prossima volta provo se questo è un com accettabile per pagare. Mi aspettavo che la biblioteca fosse un palazzo pieno di libri, invece è un sotterraneo con tavoli video. E’ semivuoto e nessuno mi chiede nulla. Mi siedo e scorro gli innumerevoli argomenti proposti senza trovarne uno che faccia al mio caso. Provo con la ricerca… ma qui non hanno Google? Sembra di no. Una parte del tavolo rappresenta una tastiera, strana, ha tutte le lettere, anzi di più e anche le sillabe più usuali. Faccio parecchi errori di digitazione, ma il tasto di ritorno è ben visibile. Compito

– Universi paralleli –

soggetto non trovato

– Fisica dimensionale –

soggetto non trovato

– Viaggi dimensionali –

soggetto non trovato

– mondi paralleli –

soggetto non trovato

– Comunicatore interdimensionale –

– Bingo! –

Dispositivo immaginario che consentirebbe il passaggio tra differenti piani dimensionali. Secondo le teorie di Paul Mharkovitz, esistono punti di risonanza tra detti presunti piani. L’eccitazione di un campo dinamico di sufficiente potenza, potrebbe consentire il passaggio da un piano all’altro. Il suddetto Paul Mharkovitz è tuttora ricercato per truffa e sottrazione di fondi ai danni dell’Università di Losanna. Chiunque avesse informazione sul soggetto è tenuto ad informare la Milizia. La documentazione riguardante le sue teorie ed esperimenti è stata sequestrata e considerata fuorilegge.

Mi guardo attorno affranto, ma comunque circospetto. Forse mi conviene alzarmi ed andarmene subito. Non sono mai stato paranoico, ma qui il mio istinto di sopravvivenza è sicuramente in stato di allerta. Esco velocemente e mi allontano di qualche isolato. Cerco i negozi, ma non vedo vetrine, ci sono poche scritte e tante immagini. Ci sono tante pareti di vetro e all’interno, schermi video sottilissimi e semitrasparenti, verticali e orizzontali come al bar.

Mi scappa tantissimo di orinare, stamattina ho preso la mia pillola per l’ipertensione… Dove lo trovo un cesso? I bar, non riesco a distinguerli, forse un albergo, i miei vestiti strani darebbero meno nell’occhio. Mi scappa già da un paio d’ore e ho fatto di tutto per trattenermi. Un dolore sordo e pungente al basso ventre, m’impedisce ormai di pensare. Come trovo un albergo in una città senza insegne scritte? Girovago come un disperato ancora per qualche minuto e poi succede l’irreparabile.

Mi piscio addosso, sorrido per la meravigliosa sensazione di liberazione, come un cretino, mentre procedo a piccoli passi per non farmi vedere. I miei liquidi scivolano caldi all’interno delle gambe e poco dopo… freddo, bagnato, puzzolente, vergognoso. Non mi era più successo dai tempi della culla. E pensare che a Milano 709D stamattina, non avevo idea di cosa fare oggi. Indosso il giaccone per coprire, almeno visivamente, le appariscenti macchie umide. Per prima cosa ho bisogno di cambiarmi.

continua…

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Il Viaggiatore – 1° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

La fortuna aiuta le menti preparate

martedì 16 nov

– Se mi paghi da bere ti racconto una storia… –

Non mi piacciono quelli che chiedono la carità, i postulanti e gli ubriachi men che meno. In vita mia non ho mai passato il segno e i deboli mi fanno magari pena, ma cerco di evitarli. E poi questo ha un accento strano. Ho un sacco di roba da fare oggi. Cancello la sua immagine e mi prendo il mio cappuccino Illy, con cacao e un kipfer alla crema. Eppure stamattina, mentre sciacquetto in bocca il cappuccino, realizzo che qualcosa è cambiato. Mi rendo conto di colpo che in realtà, non avrei proprio nulla da fare. Le cose urgenti sono per domani. Chissà che urgenza poi, devo andare dal medico di famiglia per farmi prescrivere le pastiglie per l’ipertensione. Poi devo andare all’INPS per rivedere il calcolo della pensione, come se potesse cambiare. Devo pagare la trentaduesima rata della macchina, di solito parcheggiata sul marciapiede sterrato. Beh posso anche offrire da bere a quel tizio. Gli apro la porta e dico:

– Allora cosa prende? –

– Non qui in pasticceria. –

Dice lui, questo negozio non è di suo gradimento?

– Andiamo alla privativa dell’ARCI nella prossima via, costa meno e ci si siede al caldo. –

Cammino quattro passi dietro a lui, giro l’angolo e entriamo nel primo portone. Dentro il cortile, tipico della vecchia Milano, una vetrina a quadrettoni di vetro, ormai resi opachi da migliaia di pulizie sommarie, ci accoglie. Puzza di vino e di fumo stantio, un vecchio biliardo Hermelin in fondo alla sala, tanti tavolini quadrati, ma è caldo e tranquillo. I vecchietti che giocano a carte arriveranno dopo. Dopo la visita dal dottore della mutua. Dopo l’aver pagato la bolletta del gas. Dopo aver portato a casa la spesa fatta al mercato rionale.

– Io mi chiamo Marco e tu? –

Fa come fosse il padrone di casa, si toglie un giaccone consunto e spadellato, un Barbour come il mio. Sotto indossa una giacca di velluto a coste verdone, frusta e sdrucita dall’aria vagamente familiare, che in altri tempi doveva aver fatto bella figura nelle vetrine di Corso Vercelli. Mi porge la mano, asciutta e ferma e fa… fa anche il saluto massone. Io non sono massone ma Aldo, un vecchio amico me lo aveva insegnato tanti anni fa. Io lo faccio sempre, automaticamente ed ogni tanto scopro qualche “fratello” .

– Anch’io mi chiamo Marco. –

– Già –

Risponde sottovoce.

– Non per farmi gli affari tuoi, ma quanto pesi? –

Certo ‘sto tipo è proprio fuori, stiamo al gioco.

– Centodieci chili. –

– Ottimo. –

E ordina verso il bar un fernet Branca, a quest’ora è roba da alcolizzati, ma mi sembra sobrio, io prendo un caffè. Si siede ripiegando il giaccone sulla sedia accanto. Un cameriere con i capelli riportati ci serve in silenzio. Chiedo un po’ di latte a parte e mentre il cameriere si allontana, con aria misteriosa e guardandosi in giro mi fa…:

– Vengo da un altro mondo. –

Mi sibila Marco dall’altra parte del tavolino. Si buonanotte, non sarà ubriaco ma è matto di sicuro. Mi viene da alzarmi, poi noto che ha in mano un piccolo aggeggio, sembra un coltellino di acciaio inossidabile, ma più largo. Lo posa sul tavolino con cautela.

– Prendilo, guardalo. –

Mi dice. Lo raccolgo è massiccio, pesante, non vedo nessuna fessura, sembra tra titanio e platino. è più caldo della mia mano, ha una fila di forellini minuscoli che emettono raggi di luce multicolori. Non ho mai visto dei led così piccoli e così luminosi, se sono led… sembrano quasi microscopici laser Sotto la fila di lucine sei simboli, incisi nel metallo come fossero dei caratteri incomprensibili.

– Che cos’è? –

Sono veramente incuriosito.

– Questo è un comunicatore. –

Sono un fanatico dei gadget tecnologici ma, telefonini così piccoli ne ho visti solo in fotografia, penso prototipi unici, in internet. Alcuni laboratori si specializzano in micro-macchine che realizzano in pochissimi esemplari supercostosi per le fiere di settore. Apprezzo la finitura raffinata, opaca da una parte e liscissima dall’altra, di questo gioiello di micro fattura. Mi complimento per la squisita fattura dell’oggetto e Marco aggiunge:

– Se vuoi viaggiare tra i mondi, se ne vuoi davvero uno anche tu, devi venire con me. –

La cosa si fa complicata, ma l’aggeggino che tengo tra le dita e non so nemmeno cosa sia, ha già suscitato la mia cupidigia. Oggi è proprio un giorno fuori dell’ordinario. Marco ingolla il suo fernet, si rimette il soprabito e fa cenno di uscire. Io sono ancora seduto, con la tazzina mezza piena in una mano ed il “comunicatore” nell’altra. Il mio pollice continua a strofinarne la superficie liscia, quasi fosse un ipnoglifo. Poso la tazzina bruscamente e qualche goccia schizza sul tavolino di formica. Mi alzo alla svelta, farfugliando scuse per il caffè versato, pago e seguo precipitosamente il mio anfitrione che già trotta una diecina di metri avanti a me. Attraversa la strada e si avvia in una stradina del parco. Un pallido sole campeggia tra i rami spogli e Marco si siede sulla prima panchina.

– Dammi il comunicatore e siediti, qui. –

Quasi non riesco a staccarmelo dal dito e lui mi fa.

– Allora, come ti ho detto prima, se ne vuoi avere uno anche tu, devi fidarti e venire con me. –

– Venire dove, a fare che cosa?-

Rispondo, sempre sospettoso.

– A Milano2, a casa mia. –

Milano due è lontanino, in pratica Segrate, ma lì le case una volta erano di lusso. Poi cosa ho da fare oggi?

– Andiamo. –

Marco prende il comunicatore lo porta con rispetto alla bocca e dice distintamente.

– Milano2 –

Mi viene da ridere, ma mi viene anche un capogiro. Mi sembra pure di avere più caldo. Marco si toglie il Barbour e fa:

– Qui siamo indietro di due mesi, puoi toglierti il soprabito. –

Lo guardo inebetito e lui si mette a ridere.

– Benvenuto a Milano2 o AE31 come preferisci. Io sono finalmente tornato a casa, tienilo tu questo gioiello, il comunicatore interdimensionale, ci rinuncio adesso è tuo. –

E me lo piazza in mano.

– E grazie per il fernet. –

Fa una palla del giaccone e lo getta in un cestino dei rifiuti che lo risucchia rumorosamente, mentre s’incammina.

– Cosa… come… dove vai?… –

E la voce mi svanisce in un sussurro. Ritorna sui suoi passi come a ricordare qualcosa e mi fa:

– Beh, il numero del tuo piano te lo devo. La tua Milano è al piano hex 709D. Vai in una biblioteca pubblica e impara a usare il comunicatore, tienilo caro, ti sarà prezioso. Buona fortuna… ah no, da voi porta sfiga, si dice in bocca al lupo addio. –

– Crepi –

Sussurro meccanicamente, mi risiedo sulla panchina e mi gratto la testa.

continua…

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