Il Viaggiatore – 37° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

12° giorno venerdì 27 set

Colazione con delle sfogliate calde ripiene di noci che si chiamano keta. Da bere solo the nero. Chissà se lo digerisco.

Per fortuna ha smesso di nevischiare, l’aria è pulita con un sentore di fumo di legna. La corriera è puntuale, piena di gente con pacchi e fagotti. Dietro a me una contadina ha una stia stipata di polli vivi sulle ginocchia, ovviamente puzzolenti.

Il biglietto mi costa cinque monetine di alluminio. La strada è asfaltata, stretta e piena di buche. Il conducente va come un pazzo e strombazza a più non posso. Guida a scatti e non riesco a rilassarmi.

Nei primi cinque minuti abbiamo già rischiato tre incidenti mortali. Un ciclista per evitare di essere maciullato è finito in un campo. Poi ci fermiamo di continuo, è un omnibus a richiesta.

La porta davanti è aperta e chi vuol scendere si piazza lì in piedi, di fianco al pilota da corsa. Quando un pedone lungo la strada vuole salire, agita il fazzoletto e si procura una fermata nuova.

Altro che quattro ore… ogni poco sale un venditore con una cesta di mercanzia edibile. Mandarini, Melograni, frittelle di pane che chiamano tukalik. Tutto per un soldo.

E’ incredibile come i venditori riescano a intrufolarsi nel pienissimo torpedone, sgusciando tra la gente con il cestone sulla testa. Neanche il procedere a singhiozzo li scompone.

Quando hanno finito il giro scendono per prendere il bus successivo, suppongo.

Comunque non ho resistito ho preso i… tukalik, erano ancora caldi… fritti nell’olio di sesamo, penso… ricoperti di zucchero semolato scuro. Cibo di strada, il mio preferito.

I miei vestiti proletari mi mascherano abbastanza, non per la bambinetta del sedile davanti che continua a guardarmi. Per lei il trucco non è bastato, i bambini, prima che la scuola li rovini, 😛 sono creature estremamente intelligenti e sensibili.

Se non fosse per i continui scossoni sarebbe anche un viaggio divertente. Dopo ore di villaggi e cittadine il traffico aumenta vertiginosamente. Le case sono più alte, più grigie.

Ho chiesto al conducente stamattina se passiamo vicino all’aeroporto prima del capolinea. Mi ha assicurato che mi avvisa lui.

Arra una volta tanto non mi può aiutare. Non esistono mappe integrate nella Repubblica Socialista Armena e un aeroporto è una struttura considerata segreto militare.

Non esistono mappe elettroniche, potrebbe leggerlo nella mente dei locali, ma ci vorrebbe un sacco di tempo per trovare chi sappia dove sia. Il mio orologio segna l’una e finalmente il conducente che ci ha miracolosamente portato fino a qui, mi avverte:

– Gospodin… Aeriporto. –

Si ferma e scendo. Neanche il tempo di dire graz… ed è già sparito in una nuvola di fumo cancerogeno.

C’è un bivio sì, con delle scritte nei loro caratteri puntuti e incomprensibili. Per fortuna vedo anche l’icona di un aeroplanino e m’incammino in quella direzione.

Sono in una periferia eufemisticamente sporchina. Qui mezzi non ce n’è, procedo spedito traendo beneficio dalla rinnovata scioltezza delle mie gambe, private dal dolore alle ginocchia.

Solo qualche giorno fa la mia camminata era lenta e circospetta, ora sento anche i muscoli della schiena che si rilassano. Dopo qualche chilometro tra sfascia-carrozze, depositi di materiali edili e campi di sterpaglie arrivo alla rete che circonda l’aeroporto.

E’ un lungo giro. Chiamo Jorgo per sapere dove siano. Sono a Tbilisi da stamattina presto, in uno dei tre aeroporti, naturalmente non quello dove sono avventurosamente arrivato.

No problem, vengono a prendermi con una macchina. Passa una mezz’ora durante la quale tre aerei mi assordano, sembra quasi che si abbattano su di me, ma loro non mi vedono neppure.

Arriva una limousine nera con autista. L’unico veicolo che c’era a noleggio, mi spiega Jorgo mentre mi abbraccia fino a farmi scricchiolare le ossa.

– Per un momento abbiamo creduto che fossi morto. Quando siamo atterrati i nostri rapitori hanno frugato dappertutto per ore, cercando doppi fondi o nascondigli segreti. Poi solo dopo una doppia ricerca, hanno concluso che quello che cercavano non c’era. –

continua…

Il Viaggiatore – 12° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

Non vedo le gemelle, in realtà non le vedo mai, ma stasera finalmente avranno di che gustare. Jorgo, sapendo della scelta del ristorante vegetariano, si era fatto servire preventivamente in albergo un mostruoso pezzo di carne arrostita. Appena finito il mio bicchiere di zuppa, si avvicina una ragazza sulla trentina, mooolto carina e troppo truccata.

– Sono rimasta sola, mi offri da bere? –

Il ricordo delle ultime volte che ho offerto da bere a qualcuno non mi fa presagire nulla di buono. Ora però mi sento più forte, più vigile. Colgo con la coda dell’occhio il riposizionamento delle altrimenti invisibili gemelle. Se è un emissario di qualcuno che mi cerca è quello che auspicavo.

Se fa solo la più vecchia professione del mondo, alla mia età non mi offendo. Se è qualcos’altro staremo a vedere. La ragazza si chiama Miranda, è già abbastanza bevuta e le propongo invece di mangiare qualcosa.

Dice che non può, non ha soldi e ha litigato col suo fidanzato. La informo che se mangia, il suo pranzo non mi metterà in rovina. Si convince e prende quello che ho ordinato io.

Dopo qualche minuto segue una ciotola bassa, di vetro, piena di gelatina azzurro brillante, al gusto di spinaci e lime. Dentro sospese stanno delle palline verde chiaro, quando le isolo dalla gelatina azzurra vedo che sono gialle cadmio, come tuorli d’uovo sodo di quaglia.

Sembra una specie di tofu ma più consistente, quasi gommoso e con il potente carattere della galanga. Bravo questo chef, mi devo congratulare con lui.

Anche Miranda sembra apprezzare, ma gradisce di più lo spumante secco delle cantine Loredan. Mi racconta una storia lacrimevole che ascolto a metà, mentre degusto il piccolo capolavoro di un sorbetto. Limone di Amalfi cotto al forno, ripieno di mousse di basilico e pepe lungo, perfettamente bilanciati, nessun ingrediente supera gli altri.

Come dessert ci arriva una coppa colma di piccoli frutti svuotati all’interno e farciti con il gelato dello stesso gusto. Fragole, more giganti, datteri freschi, castagne, corbezzoli, noci, rambutan e altri ancora, una sinfonia inesauribile di sapori freschi e delicati…

– Vieni a casa scema, cosa ci fai con questo vecchio! –

Giovanotto atletico, belloccio ben vestito, dallo sguardo stolido e notevolmente alterato. Beh essendo pensionato non sono di certo giovane, ma sentirsi appellare così, ad alta voce da un antipatico sconosciuto alticcio, in un ristorante alla moda pieno di gente, sicuramente mi irrita. Eppoi, occuparmi della faccenda, mi distoglie dal gelato che si sta sciogliendo.

– Miranda, tu vuoi uscire con questo signore? –

Domando alla mia compagna di tavolo facendo esplodere le escandescenze del presunto fidanzato che, si avventa su di me con fare minaccioso.

Una frazione di secondo e il suo braccio che si protendeva per colpirmi viene piegato dietro alla schiena in un angolo impossibile. Il tizio è steso pancia a terra con le ginocchia di Iris che gli imprigionano il collo. Il tavolino non si è neppure spostato.

Prendo con finta noncuranza un dattero ripieno e me lo ficco in bocca. Le gemelle hanno già asportato Tizio fuori dalla terrazza. Miranda non ha neppure visto quello che è successo, continua con le sue moine e poi finisce per addormentarsi con la testa sul tavolino.

Meglio così, io mi gusto tutti i fruttini. Mi alzo, pago, lascio baracca e burattini e Miranda. Prima di uscire passo davanti alla cucina a vista e mi congratulo con lo chef e il suo staff. Sorrisi e saluti, noi torniamo a casa per stanotte.

Sonno agitato, mi sogno di papi interdimensionali, che intessono rosari infiniti.

continua…