Il Viaggiatore – 34° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Non ho soldi con me e racconto che sono stato derubato, ma posso trasferire del denaro sul suo conto o se c’è qualche tipo di banca per poterlo ripagare. Qui in campagna usano solo le monete mi dice.

Niente monete niente viaggio.

Beh! Ho ancora l’orologio, è un Porsche Design di acciaio, ci sono affezionato è un regalo di mia moglie. Glielo do in pegno, sperando di trovare una cash machine in paese. Si calma un po’ e andiamo a tavola.

Preghiera cristiana prima di mangiare, tenendosi per mano, io sono tra due bambini. C’è uno stufato con poca carne e tanti tuberi e rape, ma è caldo e gustoso, biscottoni di pane nero e latte di capra. Il fuoco scoppietta, la mia camicia è quasi asciutta.

Mi rivesto saluto i bambini e sono pronto per il viaggio.

Il triciclo a combustione va poco più veloce che a passo d’uomo e ci mettiamo mezz’ora per arrivare in un paesotto abbastanza grande. La pioggerella mista a neve ci sorprende senza riparo, seduti su un asse di legno a cavallo del carretto.

Mi calo il cappuccio e spero nell’impermeabilità della mia giacca ormai disastrata. Il mezzo di trasporto principale qui è proprio il triciclo. Sulla piazza centrale ci sono anche una ventina di auto di cui solo due elettriche e anche una banca per fortuna.

Non voglio perdere il mio orologio. Entro accompagnato dal mio ospite e chiedo un accredito tramite Arra. L’impiegato dietro lo sportello vuole vedere il mio com, gli passo quello di platino per pochi secondi. Nonostante la transazione sia elettronica come in tutte le banche del mondo, l’impiegato scrive un sacco di cartacce e pure un registro.

Alla fine mi passa un sacchetto di dinar d’oro che ha contato e ricontato tre volte. Dopo una breve trattativa, con un paio di pezzi riscatto il mio cimelio e il mio burbante accompagnatore mi lascia.

Arra mi avvisa che il nostro velivolo a Tabriz è pronto per ripartire, mancano solo i documenti di volo, ma sono solo un altro espediente per dare fastidio. La guardia doganale, vera o falsa che fosse, se n’è andata con le pive nel sacco e l’autorità locale, minacciata da un potenziale incidente diplomatico, non ha nessun motivo per trattenerli.

Possono venire a prendermi a Tbilisi che ha un aeroporto internazionale. Io sono a circa centoquaranta chilometri di distanza e devo trovare un mezzo di locomozione.

Chiedo informazioni, ma ricevo risposte imprecise, si c’è una corriera, ma non sanno se parte anche di pomeriggio, devo chiedere al municipio dall’altra parte della piazza.

Esco dalla banca e ora nevica, ho i pantaloni bagnati e le gambe sono gelate. C’è un negozio con vecchi manichini demodé un po’ scrostati esposti in vetrina. Entro per cercare indumenti asciutti e mi colpisce un odore conosciuto.

L’inconfondibile, intercontinentale, interdimensionale miscuglio di muffa, sudore e cose vecchie che genera il puzzo di caserma. Una donna anziana mi guarda con curiosità e mormora quello che sembra un saluto. Mi avvicino a un rack di pantaloni da lavoro color kaki e a gesti chiedo la mia taglia.

A volte mi dimentico delle possibilità comunicative di Arra o forse inconsciamente provo ad arrangiarmi da solo. Cerco anche un giaccone nuovo. I modelli sono orribili, i colori peggio, lo so in fondo sono uno snob, ma mi devo accontentare.

Mi cambio in fondo al negozio seduto su una vecchia latta di vernice capovolta. Compro anche una borsa dove infilo i pantaloni bagnati e un cappellaccio verdone quasi uguale alla giacca.

Pago con una moneta d’oro e ne ricevo una manciata in alluminio di resto. Gli autobus per Tbilisi partono solo il mattino presto, qui dalla piazza principale e ci vogliono quattro ore. Non ci sono auto pubbliche o taxi. Che ci faccio qui fino a domani?

Esco per vedere se ci sia qualcosa di interessante e girello per la piazza cercando di immaginare il modo di procurarmi una vettura. Mi piazzo vicino alle macchine e mi accorgo che un gruppo di uomini, davanti al municipio, non mi perde d’occhio un attimo.

La cosa non mi riempie di gioia. Uno di loro si stacca dal gruppo e viene verso me.

 continua…

Il Viaggiatore – 7° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

3° giorno mercoledì 18 set

Una chiamata vocale del direttore dell’albergo mi sveglia intorno alle nove, porge le sue scuse in nome della proprietà e s’informa delle mie condizioni. Come sto, addormentato, frastornato, un bozzo sulla testa, farò una delle mie lunghe docce calde e vedremo.

Sto meglio, salgo all’ultimo piano, tutto chiuso. Scendo all’ammezzato dove servono la colazione. M’informano che il ristorante è aperto solo di sera, dalle venti in poi. Mi conviene tornare nel mio albergo. E’ solo a tre isolati di distanza, un quarto d’ora e rientro.

Apro la porta della mia camera e …hanno distrutto tutto, una cameriera dietro a me urla di stupore. Sembra nevicato, hanno sventrato divani e materassi, anche i vestiti, che ho comprato ieri, sono a pezzi. Hanno tagliato sistematicamente a strisce la tappezzeria, le tende, ogni posto dove potrebbe essere stato nascosto il mio prezioso gioiello.

Chissà se hanno fatto questo sconquasso prima o dopo avermi tramortito al ristorante. Arriva la Polizia chiamata dal direttore, mi chiedono cosa faccio a Milano, dove ero questa notte invece che in camera, se mi hanno rubato qualcosa.

Sono sospettosi, cercano tracce, parlano di lavoro da professionisti. Hanno subito controllato il mio dossier, è il loro mestiere. Allentano un po’ la presa quando comincio a giocherellare con il com di platino che ho soprapensiero estratto da una tasca.

La mia storia per ora regge, sono un ricco pensionato, venuto nella metropoli a spendere i miei soldi. Se ne vanno, io ricupero a stento qualche paio di calze e la biancheria, ma poi butto via tutto. Il fatto stesso che qualcuno le abbia toccate, esaminate me le fa sentire in qualche modo contaminate, sporche.

Il direttore mi dà un’altra camera, stavolta sul retro, quasi di malavoglia, forse solo perché ho pagato in anticipo una settimana. Certo se continua così sarà una settimanina lunga. Il bozzo sulla nuca pulsa ancora e mi suggerisce di cambiare tattica, avrò bisogno di guardie del corpo o di qualcosa del genere.

Esco a comprare un paio di camicie e qualche cambio di biancheria. Mi serve anche un altro vestito, in questo ci ho pure dormito. Stavolta non vado da Gatti.

Guardo la gente in giro forse notandola veramente per la prima volta. Forse la paura di restare confinato in questa dimensione mi fa essere più razionale. Composizione multietnica, tanti giovani ma pochissimi bambini, saranno a scuola, non so neanche che giorno è oggi. Scruto in giro ma non vedo come scoprirlo. La gente sembra vestita mediamente bene, non ho visto gente sporca o stracciata, almeno apparentemente.

La ragazza del negozio di abiti mi dice che oggi è mercoledì diciotto settembre. Le chiedo, anche se c’è un negozio di occhiali nei dintorni, ieri nella colluttazione devo averli persi. Mi guarda strana e quasi mi apostrofa.

– Qui in Italia non siamo come i Colombiani del nord, da noi c’è il servizio sanitario che provvede. –

Alle mie richieste su come fare, risponde quasi con sufficienza indirizzandomi al Dispensario di Zona. Ci vado con i miei sacchetti e spiego la mia richiesta ad un’impiegata. Alla mia domanda di occhiali è prima perplessa, poi capisce che è un problema di vista e quasi incredula m’indirizza al quinto piano. Correzione della vista.

C’è parecchia gente, tutti giovani sotto i vent’anni. Una ragazza gentile, giovanissima, mi mette in mano un gettone di plastica azzurra e m’invita a sedermi. Aspetto pochi minuti perché il gettone si mette a vibrarmi in mano e i ragazzi intorno mi dicono in coro che tocca a me. Una credo dottoressa, giovane m’invita a sistemarmi su di una specie di sedile regolabile sormontato da apparati che non riesco a distinguere. Cincischio con i sacchetti, che non so dove appoggiare e finalmente mi sistemo.

– Stai fermo ora. –

Appena appoggio la testa sul supporto, quello si muove per adattarsi alle mie misure e un paio di cinghiette di gomma mi bloccano automaticamente la testa. Mi hanno intrappolato. Si spegne la luce intorno e un faro abbagliante mi fulmina gli occhi.

– Fermo… ma da dove vieni dall’Africa? Nel tuo paese non ti hanno mai praticato la correzione della vista? –

Fa la mia dottorina.

– Uhm… non… non saprei… –

– Facciamo subito… bello fermo ora, trattieni il respiro. –

Sento una serie di schiocchi metallici e uno spray mi paralizza le palpebre. Qualche lampo di luce e un forte odore, come di carne bruciata colpisce le mie narici.

Non ci vedo più… mi hanno accecato…

continua…

Il Viaggiatore – 6° puntata


mia grecia piccola by MarcelloCividini

2° giorno martedì 17 set in AE31 (mercoledì 17 nov in 709D)

Mi sveglio che il sole è già alto e mentre mi faccio la barba, con uno strano rasoio elettrico senza rumore, preparo un piano d’azione. Ho bisogno delle mie pillole per la pressione alta, altrimenti prima o poi, mi scoppierà la testa. Non ho la minima idea di come fare a procurarmele.

Ho bisogno anche di un altro com per pagare i conti. Non posso continuare ad esibire Arra ogni volta che mangio una pizza, poi ho bisogno di un’identità locale, documenti o quello che usano qui. Nel frattempo devo dare meno possibile nell’occhio. Anche se i mercenari svizzeri o chissà chi altro mi stanno già cercando.

Arra m’informa che l’identità è provata dal com, che porta all’interno una specie di codice fiscale univoco, al quale si legano tutti i dati relativi ad una persona. Allora che identità ho usato fino ad ora? Tutte e nessuna, Arra usa identità e conti di tutta la razza umana, comprese le istituzioni e i servizi segreti di tutti i paesi. Ogni volta utilizza l’identità più consona al momento e alle attività del viaggiatore che sta servendo. Ci credo che qualcuno voglia approfittare di tutto questo ben di Dio.

Esco dall’albergo cercando di farmi notare il meno possibile e su consiglio di Arra andiamo a comprare un altro com. Entriamo da un gioielliere e scelgo l’apparecchio più simile possibile all’originale.

Pesante però, è in platino, più piccolo, con una fila di dodici diamanti colorati. Per funzionare ha bisogno di un chip univoco, sintonizzato sulle onde cerebrali del possessore, come fosse una delle nostre SIM e questo è rilasciato solo da un ufficio governativo. Arra crea facilmente un dossier nel sistema centrale ed uno sportello automatico mi rilascia chip e identità.

Ora sono Marco de Salis, ricco pensionato di Bononia in Colombia, che vive di rendita, dopo aver venduto una fiorente attività di commercio alimentare. Le guardie svizzere continueranno a cercarmi e alla fine sicuramente si rifaranno vive. Più che nascondermi devo depistare.

Scelgo un albergo meno caro, mi faccio un guardaroba girando parecchi negozi diversi e cerco di imparare più alla svelta che posso. Nei pagamenti ostento sempre il mio nuovo aggeggio di platino, anche se molte transazioni sono eseguite segretamente da Arra.

Ho chiesto ai passanti per strada di indicarmi una farmacia e mi hanno guardato come se fossi stupido. Allora ho cominciato a chiedere di indicarmi uno studio medico, stesso risultato, finché una signora più gentile non mi ha detto di chiamare il mio servizio di zona.

Per oggi ci rinuncio. Ho scoperto pure che la Svizzera non è nell’Unione delle Signorie Europee. E’ un paese di spie e mercenari che, non avendo risorse locali, si è specializzata nei secoli a fornire servizi segreti, droghe e apparecchiature proibite nel resto dei paesi civili. Averne una squadra alle calcagna non è augurabile per nessuno.

In Italia il potere è gestito da una monarchia costituzionale. La dinastia regnante è ancora quella dei Medici da cinque secoli. Una pletora di nobili siede al Senato e non ha ufficialmente poteri ma soldi tanti. E come sappiamo tutti dai tempi di scuola, sono quelli che comandano il mondo. E così passo la giornata evitando le strade principali.

Oggi ho mangiato solo un panino, caldo delizioso, con prosciutto affumicato della Foresta Nera, formaggio morbido delle Alpi occidentali e paté di fegato. Quasi come quello che facevano in Via Quadronno nella mia Milano. Mi sembra straordinario che le preparazione gastronomiche cambino così poco rispetto agli altri fattori.

Stasera sono a cena nel ristorante più rinomato di Milano, Giulio e Giulia, all’ultimo piano di un albergo vicino al Terminal. Prima di salire al ristorante vado diritto al banco che sembra quello del Concierge e chiedo se possono procurarmi le pillole per l’ipertensione che ho dimenticato. L’incaricato mi chiede il numero di stanza, ma io non dormo qui, vado solo al ristorante. Il servizio è solo per i clienti. Okkey.

Ho sistemato Arra in un sacchetto di pelle che porto al collo sotto la camicia. Cacciagione in tutte le salse possibili: beccacce, colombacci, quaglie, pernici, tordi e fringuelli, come quelli che mi faceva spennare mio zio quando ero piccolo. Mamma che scorpacciata, mi sa che stanotte avrò bisogno di bicarbonato interdimensionale. Ordino un caffè di alta montagna e mi reco al bagno per espletare.

Mi sveglio con un mal di testa lancinante, sdraiato per terra, sorretto da due camerieri che mi hanno soccorso in bagno. Qualcuno mi ha colpito in testa, vedo annebbiato, mi viene da vomitare, mi aiutano a ripulirmi alla meglio e mi accompagnano in una stanza dell’albergo sottostante.

Mi sveglio di soprassalto con un rigurgito acido, dove è finito Arra? La camicia è strappata, il sacchetto di pelle è vuoto. E’ notte fonda, ma salgo all’ultimo piano per cercare di entrare nei bagni del ristorante. Porte chiuse, sono quasi disperato.

Quasi perché la speranza che il mio “trucco” abbia funzionato non è ancora persa. Torno in camera e chiedo un antiacido al servizio notturno, ora sono un cliente che dorme qui. Aspetterò con pazienza che l’indomani riapra il ristorante. Nonostante malori e stanchezza non riesco a prendere sonno. Il cervello elucubra mille possibilità, molte delle quali ripetitive e senza senso, ma non posso evitarlo.

Non ho ancora pensato, veramente, di rimanere qui bloccato anche se, come mi ha raccontato Arra, Marco ci ha messo dieci anni per ritornare a casa. Certo se tutti i giorni devo sventare un raggiro o un attacco come ieri e oggi il mio soggiorno qui non sarà così piacevole.

continua…

Il Viaggiatore – 2° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

Guarda che tipi s’incontrano oggi, sarà meglio tornare alle vecchie abitudini e non dare confidenza ai tipi strani. Effettivamente il sole sembra più caldo. Respiro profondamente allargando le braccia ad occhi chiusi. Ok, torniamo a casa a guardare la posta elettronica.

Attraverso la strada silenziosa… silenziosa? Dove sono finite le macchine? Ho sempre portato gli occhiali e la mia visione reale del mondo è limitata a pochi metri, ma le ombre più distanti mi sembrano molto più alte. E l’aria è così sottile, come nelle giornate ventose d’inverno, tiepida però. Giro l’angolo e dopo pochi metri trovo un muro.

Mi giro perplesso, non sarò mica rincoglionito così di colpo, da non trovare la strada di casa. E’ così che si manifasta l’Alzheimer, senza preavvisi? Possibile che di colpo non riconosca neanche una delle vetrine della mia via? Vetrine? Qui c’è una superficie di materia dura ed elastica allo stesso tempo, sembra silicone indurito. Giallo a righe nere… Pericolo… un codice universale a ricordare i colori delle vespe, forse è meglio che mi tolga da qui. Non faccio nemmeno a tempo a voltarmi e un’apertura si spalanca mentre un grosso veicolo a strisce gialle e nere sfreccia fuori, passando a pochi centimetri dal mio piede che evita miracolosamente lo spiattellamento. Cosa mi succede, devo chiedere aiuto a qualcuno, devo farmi accompagnare a casa? Mi rivolgo ad una giovane donna vestita di viola con i capelli rasati:

– Scusa non ci vedo bene, dove siamo? –

– Scouzza sarai tu, vecchio scem –

E tira dritto lanciando improperi senza neanche darmi il tempo di ribattere. Cammino piano per qualche minuto con un lieve senso di stordimento, sul marciapiede alto. Provo con un altro passante, una donna con qualche anno in più e i capelli nerissimi e corti:

– Buongiorno, per piacere potrebbe dirmi in che via siamo? –

Mi guarda stralunata indicando una direzione con la mano e dice:

– Kastello –

In effetti, scorgo da lontano una sagoma nota, ma devo camminare ancora un bel mezzo chilometro prima di distinguere la torre del Castello Sforzesco e fa caldo. Toh! Non lo sapevo, hanno riempito di acqua il fossato. Così sta proprio bene, con le mura riflesse nell’acqua ferma. Come sono arrivato fino a qui? Sarà già la demenza senile o una forma di Alzheimer intermittente?

Vado dritto in via Dante e… c’è l’acqua. Alcuni battelli dalle forme moderne sono attraccati alle rive. Sembra Venezia… con palazzi di vetro però. Seguo come in tranche un gruppo di persone chiassose, eleganti, vestite di scuro. Non capisco una parola di quello che dicono, sembrano cinesi, però molto più alti. Entrano in un grande magazzino, scale mobili in tondo, senza gradini. Musica soffusa, elettronica penso, che imita un carillon. Si dirigono verso un banco di alluminio, trafficano un po’ e ciascuno ha in mano un bicchiere con qualcosa dentro. Vado anch’io al bancone. Il piano è uno schermo piatto che raffigura un’infinità di bottiglie e bicchieri decorati con frutta, gelati, ombrellini, ecc. L’avevo visto in un film, scorro le mie mani sul piano e le immagini si muovono in sincronia con le mie mosse.

rivela il sistema di addebito

Una voce suadente e strascicata scaturisce dal piano.

– Stavo solo guardando – Farfuglio…

accettiamo tutti i com, prego specificare

Tolgo le mani dallo schermo e quello zittisce. La rivelazione arriva e mi colpisce in modo quasi fisico, traballo e mi appoggio al tavolo.

A scuola un sacco di anni fa, durante le ore di lezione, per passare il tempo senza annoiarmi, leggevo romanzi di fantascienza. Se non sono rinscemito all’improvviso sono a Milano2 come diceva Marco, seppure quello era il suo nome. Milano2 di un universo parallelo. Cosa faccio ora? Mia moglie, la mia famiglia… gli amici… la casa ? Sul tavolo un foglio dimenticato cambia immagine appena lo tocco… solo i titoli niente testo… inaugurata la festa dei Navigli… la delegazione Mongo completa l’acquisto delle Aziende Energetiche Italiane… firmato il trattato a Florentia…

Devo ragionare alla svelta, devo tirare fuori quelle palle che ho lasciato addormentare. Che numero di piano aveva detto il sedicente Marco? In genere mi ricordo facilmente i numeri, 709 ma che lettera? T? mmm… prima aveva detto qualcos’altro… hex… ah si hex, esadecimale, allora non può essere T sarà D, 709D. Dovrei presentarmi alle autorità? E che storia racconto?

Devo trovare la biblioteca. Infilo la mano in tasca e trovo il maledetto amuleto scintillante di titanio o qualche altro cazzuto metallo prezioso. Lo scruto come se potessi vederne l’interno, ha una fila di sedici forellini su ogni facciata. Ognuno lampeggia con ritmi e colori differenti. Lo porto vicino alla bocca con circospezione e mormoro… Milano 709D. Niente. Forse lo devo dire più forte, mi guardo intorno e riprovo. Nulla. Un’idea… un’idea, una volta ne avevo un casino, provo a dire…

– Dove sta la biblioteca? –

Sento una vibrazione, quasi una voce che non viene da nessuna direzione, la sento risuonare dentro la mia testa.

esci e gira a sinistra

E’ il comunicatore, mi guida, ho chiesto e ha risposto. Esco più sollevato con il giaccone sul braccio. Nessuno nella strada ha il soprabito e Marco l’ha buttato via subito, nel cestino della spazzatura. Ma è mio, della mia dimensione, cosa ho d’altro? Il portafogli, le chiavi di casa, monetine, orologio, fazzoletto, una pila tascabile al litio modello C.S.I., l’iPhone. Lo accendo, aspetto la rotellina che gira, gira, gira, non trova nessun gestore. Non lo getto perché l’ho pagato un casino, solo per fare invidia agli amici, ma mi sento ancora più stupido.

Seguo le istruzioni del mio Com… come ha detto la voce del tavolo del bar? Accettiamo tutti i com. La prossima volta provo se questo è un com accettabile per pagare. Mi aspettavo che la biblioteca fosse un palazzo pieno di libri, invece è un sotterraneo con tavoli video. E’ semivuoto e nessuno mi chiede nulla. Mi siedo e scorro gli innumerevoli argomenti proposti senza trovarne uno che faccia al mio caso. Provo con la ricerca… ma qui non hanno Google? Sembra di no. Una parte del tavolo rappresenta una tastiera, strana, ha tutte le lettere, anzi di più e anche le sillabe più usuali. Faccio parecchi errori di digitazione, ma il tasto di ritorno è ben visibile. Compito

– Universi paralleli –

soggetto non trovato

– Fisica dimensionale –

soggetto non trovato

– Viaggi dimensionali –

soggetto non trovato

– mondi paralleli –

soggetto non trovato

– Comunicatore interdimensionale –

– Bingo! –

Dispositivo immaginario che consentirebbe il passaggio tra differenti piani dimensionali. Secondo le teorie di Paul Mharkovitz, esistono punti di risonanza tra detti presunti piani. L’eccitazione di un campo dinamico di sufficiente potenza, potrebbe consentire il passaggio da un piano all’altro. Il suddetto Paul Mharkovitz è tuttora ricercato per truffa e sottrazione di fondi ai danni dell’Università di Losanna. Chiunque avesse informazione sul soggetto è tenuto ad informare la Milizia. La documentazione riguardante le sue teorie ed esperimenti è stata sequestrata e considerata fuorilegge.

Mi guardo attorno affranto, ma comunque circospetto. Forse mi conviene alzarmi ed andarmene subito. Non sono mai stato paranoico, ma qui il mio istinto di sopravvivenza è sicuramente in stato di allerta. Esco velocemente e mi allontano di qualche isolato. Cerco i negozi, ma non vedo vetrine, ci sono poche scritte e tante immagini. Ci sono tante pareti di vetro e all’interno, schermi video sottilissimi e semitrasparenti, verticali e orizzontali come al bar.

Mi scappa tantissimo di orinare, stamattina ho preso la mia pillola per l’ipertensione… Dove lo trovo un cesso? I bar, non riesco a distinguerli, forse un albergo, i miei vestiti strani darebbero meno nell’occhio. Mi scappa già da un paio d’ore e ho fatto di tutto per trattenermi. Un dolore sordo e pungente al basso ventre, m’impedisce ormai di pensare. Come trovo un albergo in una città senza insegne scritte? Girovago come un disperato ancora per qualche minuto e poi succede l’irreparabile.

Mi piscio addosso, sorrido per la meravigliosa sensazione di liberazione, come un cretino, mentre procedo a piccoli passi per non farmi vedere. I miei liquidi scivolano caldi all’interno delle gambe e poco dopo… freddo, bagnato, puzzolente, vergognoso. Non mi era più successo dai tempi della culla. E pensare che a Milano 709D stamattina, non avevo idea di cosa fare oggi. Indosso il giaccone per coprire, almeno visivamente, le appariscenti macchie umide. Per prima cosa ho bisogno di cambiarmi.

continua…

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Il Viaggiatore – 1° puntata


mia grecia piccolaby MarcelloCividini

La fortuna aiuta le menti preparate

martedì 16 nov

– Se mi paghi da bere ti racconto una storia… –

Non mi piacciono quelli che chiedono la carità, i postulanti e gli ubriachi men che meno. In vita mia non ho mai passato il segno e i deboli mi fanno magari pena, ma cerco di evitarli. E poi questo ha un accento strano. Ho un sacco di roba da fare oggi. Cancello la sua immagine e mi prendo il mio cappuccino Illy, con cacao e un kipfer alla crema. Eppure stamattina, mentre sciacquetto in bocca il cappuccino, realizzo che qualcosa è cambiato. Mi rendo conto di colpo che in realtà, non avrei proprio nulla da fare. Le cose urgenti sono per domani. Chissà che urgenza poi, devo andare dal medico di famiglia per farmi prescrivere le pastiglie per l’ipertensione. Poi devo andare all’INPS per rivedere il calcolo della pensione, come se potesse cambiare. Devo pagare la trentaduesima rata della macchina, di solito parcheggiata sul marciapiede sterrato. Beh posso anche offrire da bere a quel tizio. Gli apro la porta e dico:

– Allora cosa prende? –

– Non qui in pasticceria. –

Dice lui, questo negozio non è di suo gradimento?

– Andiamo alla privativa dell’ARCI nella prossima via, costa meno e ci si siede al caldo. –

Cammino quattro passi dietro a lui, giro l’angolo e entriamo nel primo portone. Dentro il cortile, tipico della vecchia Milano, una vetrina a quadrettoni di vetro, ormai resi opachi da migliaia di pulizie sommarie, ci accoglie. Puzza di vino e di fumo stantio, un vecchio biliardo Hermelin in fondo alla sala, tanti tavolini quadrati, ma è caldo e tranquillo. I vecchietti che giocano a carte arriveranno dopo. Dopo la visita dal dottore della mutua. Dopo l’aver pagato la bolletta del gas. Dopo aver portato a casa la spesa fatta al mercato rionale.

– Io mi chiamo Marco e tu? –

Fa come fosse il padrone di casa, si toglie un giaccone consunto e spadellato, un Barbour come il mio. Sotto indossa una giacca di velluto a coste verdone, frusta e sdrucita dall’aria vagamente familiare, che in altri tempi doveva aver fatto bella figura nelle vetrine di Corso Vercelli. Mi porge la mano, asciutta e ferma e fa… fa anche il saluto massone. Io non sono massone ma Aldo, un vecchio amico me lo aveva insegnato tanti anni fa. Io lo faccio sempre, automaticamente ed ogni tanto scopro qualche “fratello” .

– Anch’io mi chiamo Marco. –

– Già –

Risponde sottovoce.

– Non per farmi gli affari tuoi, ma quanto pesi? –

Certo ‘sto tipo è proprio fuori, stiamo al gioco.

– Centodieci chili. –

– Ottimo. –

E ordina verso il bar un fernet Branca, a quest’ora è roba da alcolizzati, ma mi sembra sobrio, io prendo un caffè. Si siede ripiegando il giaccone sulla sedia accanto. Un cameriere con i capelli riportati ci serve in silenzio. Chiedo un po’ di latte a parte e mentre il cameriere si allontana, con aria misteriosa e guardandosi in giro mi fa…:

– Vengo da un altro mondo. –

Mi sibila Marco dall’altra parte del tavolino. Si buonanotte, non sarà ubriaco ma è matto di sicuro. Mi viene da alzarmi, poi noto che ha in mano un piccolo aggeggio, sembra un coltellino di acciaio inossidabile, ma più largo. Lo posa sul tavolino con cautela.

– Prendilo, guardalo. –

Mi dice. Lo raccolgo è massiccio, pesante, non vedo nessuna fessura, sembra tra titanio e platino. è più caldo della mia mano, ha una fila di forellini minuscoli che emettono raggi di luce multicolori. Non ho mai visto dei led così piccoli e così luminosi, se sono led… sembrano quasi microscopici laser Sotto la fila di lucine sei simboli, incisi nel metallo come fossero dei caratteri incomprensibili.

– Che cos’è? –

Sono veramente incuriosito.

– Questo è un comunicatore. –

Sono un fanatico dei gadget tecnologici ma, telefonini così piccoli ne ho visti solo in fotografia, penso prototipi unici, in internet. Alcuni laboratori si specializzano in micro-macchine che realizzano in pochissimi esemplari supercostosi per le fiere di settore. Apprezzo la finitura raffinata, opaca da una parte e liscissima dall’altra, di questo gioiello di micro fattura. Mi complimento per la squisita fattura dell’oggetto e Marco aggiunge:

– Se vuoi viaggiare tra i mondi, se ne vuoi davvero uno anche tu, devi venire con me. –

La cosa si fa complicata, ma l’aggeggino che tengo tra le dita e non so nemmeno cosa sia, ha già suscitato la mia cupidigia. Oggi è proprio un giorno fuori dell’ordinario. Marco ingolla il suo fernet, si rimette il soprabito e fa cenno di uscire. Io sono ancora seduto, con la tazzina mezza piena in una mano ed il “comunicatore” nell’altra. Il mio pollice continua a strofinarne la superficie liscia, quasi fosse un ipnoglifo. Poso la tazzina bruscamente e qualche goccia schizza sul tavolino di formica. Mi alzo alla svelta, farfugliando scuse per il caffè versato, pago e seguo precipitosamente il mio anfitrione che già trotta una diecina di metri avanti a me. Attraversa la strada e si avvia in una stradina del parco. Un pallido sole campeggia tra i rami spogli e Marco si siede sulla prima panchina.

– Dammi il comunicatore e siediti, qui. –

Quasi non riesco a staccarmelo dal dito e lui mi fa.

– Allora, come ti ho detto prima, se ne vuoi avere uno anche tu, devi fidarti e venire con me. –

– Venire dove, a fare che cosa?-

Rispondo, sempre sospettoso.

– A Milano2, a casa mia. –

Milano due è lontanino, in pratica Segrate, ma lì le case una volta erano di lusso. Poi cosa ho da fare oggi?

– Andiamo. –

Marco prende il comunicatore lo porta con rispetto alla bocca e dice distintamente.

– Milano2 –

Mi viene da ridere, ma mi viene anche un capogiro. Mi sembra pure di avere più caldo. Marco si toglie il Barbour e fa:

– Qui siamo indietro di due mesi, puoi toglierti il soprabito. –

Lo guardo inebetito e lui si mette a ridere.

– Benvenuto a Milano2 o AE31 come preferisci. Io sono finalmente tornato a casa, tienilo tu questo gioiello, il comunicatore interdimensionale, ci rinuncio adesso è tuo. –

E me lo piazza in mano.

– E grazie per il fernet. –

Fa una palla del giaccone e lo getta in un cestino dei rifiuti che lo risucchia rumorosamente, mentre s’incammina.

– Cosa… come… dove vai?… –

E la voce mi svanisce in un sussurro. Ritorna sui suoi passi come a ricordare qualcosa e mi fa:

– Beh, il numero del tuo piano te lo devo. La tua Milano è al piano hex 709D. Vai in una biblioteca pubblica e impara a usare il comunicatore, tienilo caro, ti sarà prezioso. Buona fortuna… ah no, da voi porta sfiga, si dice in bocca al lupo addio. –

– Crepi –

Sussurro meccanicamente, mi risiedo sulla panchina e mi gratto la testa.

continua…

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