Il Viaggiatore – 34° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Non ho soldi con me e racconto che sono stato derubato, ma posso trasferire del denaro sul suo conto o se c’è qualche tipo di banca per poterlo ripagare. Qui in campagna usano solo le monete mi dice.

Niente monete niente viaggio.

Beh! Ho ancora l’orologio, è un Porsche Design di acciaio, ci sono affezionato è un regalo di mia moglie. Glielo do in pegno, sperando di trovare una cash machine in paese. Si calma un po’ e andiamo a tavola.

Preghiera cristiana prima di mangiare, tenendosi per mano, io sono tra due bambini. C’è uno stufato con poca carne e tanti tuberi e rape, ma è caldo e gustoso, biscottoni di pane nero e latte di capra. Il fuoco scoppietta, la mia camicia è quasi asciutta.

Mi rivesto saluto i bambini e sono pronto per il viaggio.

Il triciclo a combustione va poco più veloce che a passo d’uomo e ci mettiamo mezz’ora per arrivare in un paesotto abbastanza grande. La pioggerella mista a neve ci sorprende senza riparo, seduti su un asse di legno a cavallo del carretto.

Mi calo il cappuccio e spero nell’impermeabilità della mia giacca ormai disastrata. Il mezzo di trasporto principale qui è proprio il triciclo. Sulla piazza centrale ci sono anche una ventina di auto di cui solo due elettriche e anche una banca per fortuna.

Non voglio perdere il mio orologio. Entro accompagnato dal mio ospite e chiedo un accredito tramite Arra. L’impiegato dietro lo sportello vuole vedere il mio com, gli passo quello di platino per pochi secondi. Nonostante la transazione sia elettronica come in tutte le banche del mondo, l’impiegato scrive un sacco di cartacce e pure un registro.

Alla fine mi passa un sacchetto di dinar d’oro che ha contato e ricontato tre volte. Dopo una breve trattativa, con un paio di pezzi riscatto il mio cimelio e il mio burbante accompagnatore mi lascia.

Arra mi avvisa che il nostro velivolo a Tabriz è pronto per ripartire, mancano solo i documenti di volo, ma sono solo un altro espediente per dare fastidio. La guardia doganale, vera o falsa che fosse, se n’è andata con le pive nel sacco e l’autorità locale, minacciata da un potenziale incidente diplomatico, non ha nessun motivo per trattenerli.

Possono venire a prendermi a Tbilisi che ha un aeroporto internazionale. Io sono a circa centoquaranta chilometri di distanza e devo trovare un mezzo di locomozione.

Chiedo informazioni, ma ricevo risposte imprecise, si c’è una corriera, ma non sanno se parte anche di pomeriggio, devo chiedere al municipio dall’altra parte della piazza.

Esco dalla banca e ora nevica, ho i pantaloni bagnati e le gambe sono gelate. C’è un negozio con vecchi manichini demodé un po’ scrostati esposti in vetrina. Entro per cercare indumenti asciutti e mi colpisce un odore conosciuto.

L’inconfondibile, intercontinentale, interdimensionale miscuglio di muffa, sudore e cose vecchie che genera il puzzo di caserma. Una donna anziana mi guarda con curiosità e mormora quello che sembra un saluto. Mi avvicino a un rack di pantaloni da lavoro color kaki e a gesti chiedo la mia taglia.

A volte mi dimentico delle possibilità comunicative di Arra o forse inconsciamente provo ad arrangiarmi da solo. Cerco anche un giaccone nuovo. I modelli sono orribili, i colori peggio, lo so in fondo sono uno snob, ma mi devo accontentare.

Mi cambio in fondo al negozio seduto su una vecchia latta di vernice capovolta. Compro anche una borsa dove infilo i pantaloni bagnati e un cappellaccio verdone quasi uguale alla giacca.

Pago con una moneta d’oro e ne ricevo una manciata in alluminio di resto. Gli autobus per Tbilisi partono solo il mattino presto, qui dalla piazza principale e ci vogliono quattro ore. Non ci sono auto pubbliche o taxi. Che ci faccio qui fino a domani?

Esco per vedere se ci sia qualcosa di interessante e girello per la piazza cercando di immaginare il modo di procurarmi una vettura. Mi piazzo vicino alle macchine e mi accorgo che un gruppo di uomini, davanti al municipio, non mi perde d’occhio un attimo.

La cosa non mi riempie di gioia. Uno di loro si stacca dal gruppo e viene verso me.

 continua…

Il Viaggiatore – 32° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

11° giorno giovedì 26 set

Una delle sorelle mi sveglia alle sette, Jorgo è impegnato in sala comunicazioni. Penseranno loro al mio allenamento dopo colazione.

Pensavo che le ragazze fossero più dolci come personal trainer e mi sbagliavo di grosso, ma il mio corpo fa progressi e ormai non sento più dolore alla spalla.

Una piccola folla ci segue fuori dal monastero mentre ci avviamo al nostro velivolo, tutti i monaci bambini vogliono tenermi per mano. Visto da lontano deve essere buffo, un bozzolo nero imbottito di piumino, con due propaggini mobili arancione che formicolano.

Li saluto ancora dalla scaletta e mi fanno tenerezza. Una forte turbolenza ci sballotta mentre buchiamo le nuvole spesse sopra le montagne. Procederemo a velocità di trasferimento, poco sotto a mach 1 la velocità del suono, alla quota di sedicimila metri. L’arrivo è previsto per le ore dodici e trenta a Navarra. La temperatura al suolo prevista è di cinque gradi.

Quasi caldo mi viene da pensare. Il capitano dà gli annunci come fosse un aereo di linea e non un veicolo militare. Non ci sono paratie inutili, sono seduto in seconda fila su di un traliccio, credo di titanio e microfibra.

Ascolto gli annunci in cuffia perché il rumore è assordante. Vedo i piloti, immersi nei loro strumenti, pochi metri davanti a me. Leggo svogliatamente una vecchia rivista di ingegneria areonautica senza capirci nulla, così tanto per sfogliare le pagine per un’oretta.

Di lì a un tratto sento la tensione salire. I piloti si muovono concitatamente e chiedo ad Arturo, seduto davanti, cosa succede. Devo urlare per farmi sentire e lui scuotendo la testa mi indica uno switch per attivare il microfono personale.

Parliamo, ma non sa nulla pure lui. Si sporge in avanti per farsi notare dal copilota e quello fa cenno con la mano di aspettare.

Io interrogo il mio sistema privato e Arra mi avvisa che due caccia ci stanno intimando di atterrare. Ma non era un bombardiere invisibile?

– Invisibile ai radar non vuol dire che lo sia anche a vista e se qualcuno conoscesse esattamente la nostra rotta, sarebbe facile piazzare un paio di sentinelle sul percorso.

– Come diavolo possono conoscere la nostra rotta? –

Due sono le possibilità o qualcuno dei tuoi compagni l’ha comunicato, oppure un altro Viaggiatore ha usato quello che tu chiami lettura della mente.

– Sono il comandante, due aerei da combattimento ci hanno intimato di scendere e di quota e di seguirli a vista. Potremmo ingaggiare un combattimento, abbiamo otto missili aria-aria, ma siamo meno mobili di loro e non credo che siano soli. Attendo ordini. –

Arturo si gira verso di me con aria interrogativa. Qui non siamo al cinema e non ho la minima idea su cosa fare.

Meglio lasciar prevalere il buonsenso di mia nonna Iside “quando arriva il lupo scappa”.

– Scendiamo di quota come dicono, dove siamo? –

– Siamo nella parte nord del Mar Caspio, al confine tra l’impero Russo e l’Armenia socialista. – Sull’acqua, La solita fortuna.

– Quanto manca per la terraferma? –

– Qualche minuto. –

– Tergiversiamo fino a quando superiamo le acque, a che quota siamo ora? A che velocità possiamo arrivare? –

– Siamo scesi a dodicimila, in picchiata possiamo arrivare a mach due, poi però dobbiamo nasconderci in una nuvola o dare battaglia –

– Scendiamo lentamente fino a ottomila e vediamo cosa fanno. –

– Sono nervosetti, ma li tengo a bada. Sono anche risoluti, ma sanno che siamo ben armati anche noi e pure loro rischiano la pelle. –

– Ahi, ahi! Mi stanno intimando di restare a quota diecimila, ho risposto che avevo capito di scendere più in basso… due minuti… e risalgo piano… –

Intanto mi sono messo il piumino e i guanti di pelo. Arturo e Jorgo mi guardano perplessi. Comunico loro che me ne andrò dall’aereo e che conviene loro di seguire i caccia senza problemi. E’ me (anzi Arra) che vogliono, quando si accorgeranno che io non ci sono su quest’aereo le cose andranno meglio per tutti.

– Un minuto. –

– Ci stanno comunicando la nuova rotta per una pista a nord di Tabriz in Persia, ci siamo quasi… ecco la terraferma… ora inizierò una curva molto larga.

– Abbraccio i miei compagni sbalorditi, prendo un respiro profondo e vado in stasi.-

continua…