Il Viaggiatore – 27° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

Jorgo interrompe il mio colloquio interiore e mi comunica che le cose a Roma vanno piuttosto male. Il filmato passato dalla talpa ha creato scompiglio, soprattutto in quella parte della Curia che era all’oscuro della verità.

Lorenzo e i suoi accoliti più stretti non hanno ancora rivelato l’inganno e stanno tentando di negare l’evidenza. Difficile, in questo clima, far passare il concetto di un nuovo Concilio.

Fulco e gli altri della nostra delegazione sono confinati nei loro appartamenti e non possono ricevere nessuno. I loro comunicatori sono stati confiscati e quindi le notizie arrivano solo dalla nostra intelligence.

Attendiamo gli sviluppi della situazione. Arra cosa possiamo fare?

Io posso solo proteggere il Viaggiatore cui presto servizio e non posso in nessun modo nuocere ad un altro Viaggiatore, qualunque sia il suo grado di giustizia o nefandezza. Puoi farti venire qualche idea originale.

Non sono mica uno squadrone d’assalto, ma qualche cosa m’inventerò.

Jorgo arriva in tutina nera. Protesto, oggi senza aver dormito avrei diritto di rinunciare al training, ma lui non molla.

Mi fa eseguire solo gli esercizi addominali, solo dieci per tipo, mi promette. Non sapevo che ne esistessero tremila tipi. 😦

Forse è meglio che dorma un’oretta. L’oretta è durata fino all’ora di pranzo, mi svegliano e sono intontito. Gli addominali devono essere attaccati a tutti i muscoli possibili. Gli unici che non mi fanno male sono quelli delle mani e dei piedi.

Dopo uno scoppio di acqua gelida in faccia ricomincio a connettere. Si mangia seduti per terra ed io ho il mio riso hispanico da finire. Se vedo bene quello che mangiano i bonzi sono quasi fortunato.

Il the è nero e forte, declino l’offerta dell’aggiunta di un delizioso cucchiaino di ghee di yak. Sedersi per terra non mi è mai piaciuto, con gli addominali doloranti è pure peggio.

Arra sarà contento di me. Anche se mi piace lamentarmi, mi accorgo che il mio corpo fa progressi e sento rinascere il ricordo di movimenti che la degenerazione dei tessuti aveva relegato all’oblio.

Dopo pranzo, se lo posso chiamare con questo nome, chiedo ad Arturo se possiamo incontrarci per costruire un piano d’azione. Non abbiamo molto da fare qui se non passare il tempo e le gite turistiche a meno quaranta le lascio agli Yeti.

Ci troviamo tutti in una saletta di pietra con scranni di legno e un grande scrittoio. Butto sul tavolo il primo pensiero che mi frulla.

– Cosa possiamo fare noi per sbloccare la situazione a Roma? Abbiamo i mezzi per un blitz per liberare i nostri? Potremmo accecare i loro sistemi ed atterrare con qualche strato plano bellico sul soffitto del palazzo? –

Arturo nega che possiamo oltrepassare le difese del Vaticano, ma il potere che mi protegge istiga in me una volontà di muovermi che non immaginavo neppure.

– Allora io potrei entrare nel palazzo, in modalità invisibile e trovare il modo di aprire una falla. –

– Forse si potrebbe anche fare, ma liberare Fulco non risolverebbe il conflitto in atto. Torneremo solo in fase di stallo. –

Risponde Jorgo. Fa eco Arturo:

– Ognuno divulgherebbe la sua versione e nel controllo dei media sono molto più potenti loro, quindi l’opzione dell’assalto oltre ad essere pericolosa non servirebbe a risolvere molto. –

– E se lanciassimo una specie di ultimatum, minacciando di divulgare su tutte le reti mondiali il film della dimostrazione? –

continua…

Il Viaggiatore – 26° puntata


mia grecia piccola by Marcello Cividini

9° giorno martedì 24 set

Scendiamo con le prime luci dell’aurora che incorona le montagne, su di uno spiazzo libero dalla neve.

Il nostro velivolo viene inghiottito da un hangar su misura, scavato nel fianco del monte. Jorgo m’infagotta in una specie di parka con il collo di pelliccia. Il vento soffia talmente gelido che m’intirizzisce, anche se camminiamo solo una cinquantina di metri.

Sulla porta di bronzo spalancata, ci accoglie un monaco in abito arancione, con una spalla nuda, probabilmente atrofizzata dalla temperatura, che mi dà il benvenuto imponendomi le mani sulla testa.

Finalmente chiudono la porta, che dentro è di legno, imbottita di tessuto rosso. Parla, in non so che lingua, direttamente con Arturo e m’invita a gesti a sedere in un’ampia sala calda piena di cuscini.

Mi offrono un the dell’ospitalità che non posso rifiutare, anche se so che forse avrò bisogno di un giorno per digerirlo. Il the è caldo e sopra galleggiano le inequivocabili chiazze di burro di yak rancido, che il mio naso mi aveva anticipato da lontano.

La prima e speravo l’ultima volta che l’avevo assaggiato, era stata a New York, dove per fare gli spiritosi con gli amici, avevamo provato il ristorante Tibetano. Un sapore così orripilante non si può scordare mai.

Ne sorbisco un poco e tiro per le lunghe. Tutti hanno finito la loro tazza e sembrano aspettare me. Ingollo come fosse l’olio di fegato di merluzzo che mi propinava mia nonna Iside di mattino, quando avevo sei anni, prima di darmi una caramella. Solo che qui niente caramella.

Ora che abbiamo subito il supplizio, alcuni monaci giovanissimi portano delle focaccine ricoperte di miele. Latte e una specie di formaggio fresco. Sto quasi per servirmi quando Jorgo servizievole mi porge una ciotola di plastica con il doppio coperchio.

Ebbene sì, la longa manus di Arra ha fatto si che il mio fratello Enriquez, abbia confidato questo regalino direttamente al fratello Jorgo, solo per me.

Riso di Calasparra integrale bollito con poco sale a diecimila chilometri di distanza dall’Hispania e tutto mio! Lo so è per il mio bene. Tutti gradiscono le focaccine, io gradisco il mio dono hispaniolo. 😦

Mi fanno visitare il monastero. Dicono che abbia quattromila anni. E’ tutto costruito in pietra e s’incunea nella montagna per centinaia di metri. La cosa più sorprendente è una sala grandissima illuminata dall’alto in modo naturale da una serie di specchi.

In questo stanzone a temperatura tropicale coltivano ortaggi e frutta fresca per la mensa.

La mia camera è quella che dovrebbe essere la stanza più lussuosa del monastero. Un letto duro ma ci sono abituato. Una ruota di preghiera. Un tavolo di legno istoriato e due poltroncine, sempre di legno lucido. Una cassapanca di legno di canfora ed un attaccapanni con un piolo.

Senza neanche un libro morirò di noia. Giro la ruota tanto per muovere le mani e Arra mi fa:

Devi girarla nell’altro senso.

Come se facesse qualche differenza!

Non sottovalutare questi piccoli monaci, sono gli unici in questa dimensione ad impiegare le forze della mente in modo cosciente come facevano i miei creatori.

– Però! Ma cosa ci fanno con queste forze? –

Per esempio alcuni sono riusciti a levitare, altri a leggere il pensiero, vivono qui da migliaia di anni e pochi nel mondo moderno conoscono la loro esistenza. Loro sanno che io sono qui.

– Allora siamo scoperti! –

Non esattamente, non hanno la percezione che io sia frutto di una tecnologia superiore, ma captano l’aura che ti circonda e questo dà loro gioia.

Mentre giro la ruota soprapensiero, mi rendo conto che i simboli che passano sotto le mie mani sono gli stessi incisi nel metallo di Arra. Alla mia muta interrogazione Arra risponde:

Generosità, etica, pazienza, diligenza, rinuncia, saggezza, sono simboli molto antichi…

continua…